RACCONTI

 

VAGABONDO

L’UOMO CHE NON SI SCHIERA

BOTTE

BOH...

UNA PARTITA A CARTE

COGITABONDO

IL VECCHIO

FESTA DI LAUREA

VACANZA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VAGABONDO

 

Era molto che non entrava in una chiesa, e nella sua vita non era stato molte volte in un simile edificio; per lo meno non come praticante, al più come turista, o visitatore, in gita con la scuola oppure in vacanza con la famiglia. Una delle poche volte che aveva assistito a una funzione era, si ricordava, quando da bambino aveva accompagnato un amico e sua madre a messa, per il mercoledì delle ceneri: in quella occasione aveva ricevuto anche lui dal sacerdote la cenere sulla fronte e si era sentito dire che veniva dalla polvere e che alla polvere sarebbe tornato: una cosa brutta da dirsi a un bambino, ma lui non le aveva dato alcun peso; la pratica infatti non aveva ancora quel sapore di tragicità che vi avrebbe colto, invece, nell’adolescenza: era un rito, una cosa che facevano tutti, come la cacca la mattina, e che dava quindi un senso di appartenenza alla famiglia umana, che è realmente unita e accomunata solo da riti di questo genere. 

Quel pomeriggio, all’ora in cui la gente esce dal lavoro e si affaccenda a fare le compere per la cena e per il giorno successivo, si trovava davanti ad una chiesa; una piccola chiesa che serviva una piccola parrocchia: da almeno quattrocento anni, a giudicare dall’aspetto dell’edificio e dalla sua architettura. Il pomeriggio era uno strano pomeriggio, o per lo meno così a lui sembrava: c’era nell’aria un qualcosa di greve, come l’attesa di un parto; un’aria simile, pensava, si sarebbe potuta respirare quel giorno che nostro signore fu crocefisso sul Golgota.

Entrò: c’erano alcune vecchierelle che pregavano; vide il confessionale e vi entrò dentro: non era mai stato in un confessionale, ma entrò e cominciò a parlare: “Ieri sera ho fatto una cosa meschina, e me ne vergogno. Vagabondavo, come mio solito, e mi sono trovato a passare davanti a un camposanto; il cancello era aperto, sono entrato e ho pisciato su una tomba. Ho svuotato tutta la mia vescica, la mia piscia calda! E ora non riesco a non pensare alla persona che verrà a rendere omaggio al suo caro, e troverà il sepolcro lordato del mio piscio! Ma non è questo il dilemma che mi logora. In verità ho deciso di fare una svolta nella mia vita, ma non riesco a comunicare questa intenzione ai miei genitori, che mi mantengono e si aspettano che mi comporti diligentemente, di modo che un giorno potrò occupare una posizione rispettata nella società e guadagnare dei soldi per mantenere la famiglia che vogliono che io crei; ma come posso creare una famiglia?! Non riesco neanche a comunicare, per la debolezza del mio carattere! Già, il mio carattere! In verità è tutto qui il dilemma: esso mi spinge a isolarmi, a stare da solo e a masturbarmi frequentemente; comunque dovrei fare questa comunicazione alla mia famiglia, ma non ne trovo il coraggio e perciò rimando sempre: mi trovo pertanto in una specie di limbo, vagabondo, da solo, ogni volta che incrocio una persona abbasso lo sguardo; il vedere la gente indaffarata, che lavora, che si muove, che porta avanti la propria vita facendo girare gli ingranaggi di quell’enorme meccanismo che è la società, mentre io sono sempre più consunto dalla mia accidia e dalla mia incapacità: tutto ciò mi deprime e mi fa entrare in un mondo orribile, fatto di immagini di morte e di decadenza. Io non sono cattivo, io non sono malvagio, è solo che non mi si dà la possibilità di esprimermi, di trovare dei punti di appoggio! Io conosco la compassione, so quant’è orribile e triste la vita dei vecchi, per questo provo rimorso per la cattiva azione che ho compiuto ieri: i vecchi vivono in un mondo di ricordi, e spesso la tomba di una persona cara è l’ultimo appiglio per non scivolare nella morte, e nell’oblio. Ma forse ho sbagliato a venire qui in cerca di compassione e consigli: devo farcela da solo, devo temprare il mio animo! Questo è solo un momento, un periodo, passerà, che diamine! Tutto passa, a questo mondo, e a volte è davvero un bene che ogni cosa sia destinata a finire! Arrivederci, arrivederci!!”.

Uscì dal confessionale tutto agitato e corse fuori dalla chiesa: nessuno lo aveva mai visto lì dentro e nessuno lo avrebbe più rivisto lì dentro. Una vecchietta si alzò dalla panca dove si era seduta per pregare e uscì dall’ edificio; pensò di andare a raccontare al marito la strana storia di cui era stata testimone: un ragazzo sconosciuto era entrato nel confessionale vuoto e aveva cominciato a confessarsi e a piangere e a urlare, e poi, come un indemoniato, si era lanciato fuori dalla chiesa, per poco non travolgendo un’anziana signora. Entrò nel camposanto (il marito era morto nel sonno, circa un anno prima) e si recò al sepolcro a lei caro; nel cambiare l’acqua ai fiori si accorse di un odore sgradevole di orina, ma pensò a qualche gatto e lasciò correre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’UOMO CHE NON SI SCHIERA

 

I

 

La guerra. Cosa c’é di più sconvolgente della guerra per l’uomo moderno? Esteso il proprio dominio al mondo della natura, attraverso le armi della scienza e della tecnica, l’uomo non è ancora riuscito a dominare se stesso, e quanto di negativo rimane in lui a fondamento della sua stessa essenza; in altri termini, non è riuscito ad eliminare il male, il negativo, tutto ciò che vi è di insufficiente nel suo porsi di fronte al mondo ed alla vita.

 

R.C. era un professore di quarant’anni, titolare della cattedra di storia e filosofia presso un liceo della provincia di Alessandria. Scriveva inoltre dei libri ad uso delle proprie studentesse e degli studenti della regia università degli studi di  Torino.

R.C. non aveva una famiglia, e depositava buona parte del denaro che guadagnava mensilmente (un quantitativo importante, se paragonato a quello guadagnato dalla maggior parte dei lavoratori con famiglia a carico)  presso una banca, della cui filiale  locale era direttore un compagno di studi.

In quella estate del 19.. i suoi interessi vertevano sull’immaginario dell’uomo moderno, e sulla contrapposizione tra modernità e passato. In seguito alle proprie letture, ai propri studi e alle proprie riflessioni era arrivato a concludere che, perlomeno a livello di immaginazione, di paure e di risposte ad esse, l’uomo del Novecento non differiva affatto dal suo simile di duemila anni prima: nella vita, pensava, c’è sempre un qualcosa di irriducibile, una lotta, o una tendenza a crearsi una lotta, in una espressione un elemento di tragicità, e ciò vale tanto per l’uomo moderno quanto, appunto, per i suoi antenati. La strage degli innocenti, Caino, la Maddalena, la folgorazione sulla via di Damasco, tutte queste figure e vicende mantengono infatti una fortissima vitalità a livello simbolico.

Non a caso abbiamo parlato di “strage degli innocenti”: questa è l’espressione che i cronisti ed i giornalisti più usarono a riguardo degli eventi che presero piede tra l’estate del 19.. e l’autunno del 19..; si può usare, giustamente, questa espressione in riferimento ad una guerra civile in cui l’ottanta per cento dei morti è costituito da giovani sotto i ventiquattro anni, persone che hanno sulle spalle soltanto la propria vita,  o al più il cuore delle proprie madri.

A livello personale il nostro professore ne fece esperienza quando in inverno, trovandosi un mattino a passare davanti a una macelleria, notò nella vetrina la testa mozzata di un giovane di neanche vent’anni, la lingua gonfia e blu serrata tra le labbra pallide, gli occhi chiusi e cerchiati dal nero della morte.

 

II

 

Quella mattina, dopo aver visionato la macabra composizione, rinunciò a fare i suoi acquisti dal salumiere, e si avviò verso un parco pubblico poco distante. Era freddo e il cielo con le sue nuvole gonfie sembrava promettere neve; l’atmosfera era pacata ed intima,  come di solito la rendono tale le giornate in cui per l’appunto la neve viene a fare visita col suo corredo plumbeo. Faceva freddo, ma era vestito con un pesante cappotto, e aveva la sciarpa e un cappello da signore serio. Si sedette sulla solita panchina in disparte, che si trovava davanti ad un piccolo spiazzo recintato da una siepe ad altezza d’uomo, al cui centro c’era una lapide commemorativa che ricordava i caduti di una precedente guerra: l’insieme richiamava l’atmosfera di un piccolo cimitero di provincia. Tirò fuori una confezione di cerini e si accese una delle sigarette che fumava di solito, quelle pesanti, senza filtro: si sentiva a disagio nel fumare davanti ad altra gente, e questo era il motivo per cui aveva eletto quella particolare panchina tra tutte quelle di cui il parco era corredato; da ragazzo gli succedeva la stessa cosa con il mangiare, e una delle prime volte che si era allontanato da casa insieme ad altre persone, per evitare di dover essere visto dagli altri mentre consumava del cibo si era astenuto dal mangiare fino a portarsi ad un passo dallo svenimento. “Banditi.” pensava. “Da ragazzo anch’io ero affascinato dai banditi: i briganti, Billy the kid con la sua Lucrezia Borgia… Cosa ci sarà di positivamente discriminante, in termini morali, nell’imbracciare il fucile e andarsene sui monti, e scrivere un paio di righe a ricordo di un compagno di sventura che è stato crocefisso? E fossero in pochi poi…” In realtà il professore non amava particolarmente i giovani e, anzi, non amava molto i suoi simili; aveva cioè sviluppato una discreta misantropia, come spesso accade alle persone che vivono sole, e isolate, emotivamente o fisicamente, dagli altri uomini. La sua misantropia non aveva però gli eccessi di violenza che si osservano nella nevrastenia, era piuttosto una misantropia da vigliacco, come quella di un bambino grasso che ha trovato un dolce goloso, e fugge il resto degli uomini perché ha paura di doverlo dividere con loro. “Immaginarsi di fare un figlio, al giorno d’oggi! Con queste nuove teorie pedagogiche, e con le pratiche educative che da esse discendono, finirebbe senz’altro per diventare un dissoluto; si ritroverebbe ad essere un inetto e finirebbe col ridursi a fare un lavoro umile per vivere come, che so, l’operaio alla discarica. Finirebbe con l’ubriacarsi tutte le sere e con  il frequentare le prostitute, oppure svilupperebbe tendenze morbose e per eccitarsi si ritroverebbe a rubare la biancheria delle signore per poi recarsi al gabinetto pubblico ad annusarla e a masturbarsi!”. Il nostro professore aveva una fantasia molto colorita, e spesso si sorprendeva per i pensieri e le immagini che gli venivano in mente e si metteva a ridere di gusto, senza riuscire a trattenersi; sicuramente aveva l’abitudine di gesticolare ogni volta che pensava , sicché a vederlo dava l’idea di essere pazzo. Una volta, mentre sedeva sulla stessa panchina riflettendo, si era accorto che delle vecchierelle lo stavano guardando divertito, e  accortesi di essere state scoperte si erano voltate dall’altra parte scoppiando a ridere. Per una settimana il professore si trovò a dover lottare con la propria immaginazione, che gli suggeriva di aspettare finché il parco fosse stato vuoto per ritrovarsi solo con le vecchie, strangolarle e nasconderne i corpi in uno stagno lì vicino.

A parte questi picchi il professore, come abbiamo già detto, era una persona abbastanza normale, e riusciva a conciliare la propria misantropia e i propri pensieri deviati con la professione e con la vita nella società.

 

III

 

Quell’inverno fu un inverno particolarmente difficile dal punto di vista della guerra; ogni cavità, di origine naturale o artificiale (pozzi, gallerie,grotte…), veniva usata dai resistenti come nascondiglio per i cadaveri dei soldati che erano stati uccisi: ne furono trovati diversi con le teste schiacciate, altri uccisi da un colpo di pistola; i più bruti tra i resistenti non esitarono a torturare i soldati, e si racconta che ad alcuni di essi sia stato strappato dal petto il cuore ancora caldo. Da parte loro i miliziani reagirono con una violenta repressione e dando sfoggio di una pari brutalità: settimanalmente nelle piazze dei centri della zona venivano allestiti grossi palchi, in cui i teatranti si esibivano nel macabro spettacolo del penzolare dalla forca; altre volte i resistenti venivano messi in fila lungo un muro, le spalle rivolte ai loro boia, che li uccidevano con un solo colpo di pistola sparato nella nuca, per risparmiare munizioni.

Data la situazione non c’era circolo di beni, e gli artigiani e i commercianti (categorie lavorative a cui appartenevano molti dei genitori delle allieve del professore) si dovettero arrangiare per tirare a campare; i contadini e i proprietari di aziende agricole si vedevano periodicamente sequestrare beni da parte dello Stato, allo scopo, veniva detto, di sostenere i soldati nella loro dura attività. Gli unici a cui il lavoro non mancava erano gli operai metalmeccanici che venivano sottoposti a turni sfiancanti che raggiungevano la durata delle quindici ore consecutive; senza contare i becchini e gli impiegati nel settore delle pompe funebri.

Le autorità religiose tuonavano contro il disfacimento morale: data la tragicità della situazione, il rispetto dei vincoli di fratellanza, e perfino di quelli di amicizia o di parentela era venuto meno da parte delle persone che si trovavano a dover affrontare una così difficile situazione: “ognuno per sé e dio per tutti” era l’espressione che più si adattava alle circostanze. Ci fu anche un brutto caso di cronaca: un gruppo di pervertiti e disadattati, convinti forse di poter dare, data la particolarità della situazione, il più libero sfogo alla propria deviazione, si lasciarono andare ad azioni raccapriccianti, che coinvolgevano la pedofilia e, in un caso, finanche il cannibalismo; ovviamente vennero fermati e passati per le armi, tra le grida di approvazione della gente, che riconosceva in quei poveri malati un capro espiatorio per la propria sofferenza.

 

IV

 

Era un pomeriggio di una giornata marzolina, e il professore stava passeggiando lungo un viale del centro della città in cui abitava: un vento, a dire il vero ancora piuttosto freddo, scuoteva le fronde degli alberi che tornavano alla vita dopo il letargo invernale; il cielo era terso, e solo all’orizzonte si intravedevano dei banchi di nuvole. “Speriamo che non piova.” pensò  distrattamente il professore. La scuola era stata chiusa  una settimana prima, a tempo indeterminato, e così il nostro professore era temporaneamente disoccupato; non aveva però molto di cui preoccuparsi, data la sua non triste situazione finanziaria: l’unica cosa che aveva da temere, gli aveva spiegato il suo amico direttore di banca, era che la cartamoneta si svalutasse, o una cosa del genere, ma per il momento, gli era stato assicurato, poteva stare tranquillo. Entrò in un caffè deserto, e un cameriere sciatto lo accompagnò al tavolo per farlo accomodare e prendere l’ordinazione. Il professore ordinò una cioccolata calda. “Chissà cosa faranno adesso le mie studentesse, forse i loro genitori le costringeranno a prostituirsi per sbarcare il lunario!”. Il professore si prese il naso tra le dita, come a voler soffocare uno starnuto, per evitare di dare sfogo all’accesso di riso che sentiva crescersi dentro; il suo volto diventò paonazzo, a testimonianza del grande sforzo che stava facendo. Gli fu servita la cioccolata. Se la bevve avidamente, gustandosela e leccandosi i baffi. Rimase seduto al tavolo per una buona mezz’ora, continuando a guardare, attraverso la vetrata coperta da un velo di lerciume, la strada deserta. Lo sporco del vetro e delle tende gli fece tornare in mente la casa in cui aveva trascorso l’infanzia, una grande casa di legno, in montagna; dopo la morte dei suoi genitori non vi aveva messo più piede, ma era sicuro che un po’della polvere che era stata sua compagna quando era bambino era ancora lì, a immortalare la vita vissuta all’interno della casa, così come la cenere e il fango avevano immortalato l’esistenza degli abitanti di Pompei. Pagò il conto, prese il cappotto e uscì dal locale, dirigendosi verso il suo solito parco; in lontananza si sentiva il fragore dei crolli e delle esplosioni, il triste accompagnamento musicale della dipartita di un qualche centinaio di uomini e della dissoluzione di ciò che era stato messo in piedi in una vita di fatiche e privazioni. Si sedette sulla solita panchina e si fumò una sigaretta. Il parco era deserto. Il professore si alzò in piedi, ridendo, e si avvicinò al monumento commemorativo; ridendo della grossa si sbottonò i calzoni e svuotò la vescica sulla lastra di pietra che portava incisi i nomi dei giovani eroi. Tornò alla sua panchina e si fumò un’altra sigaretta. Forse, alla fine, di tutto ciò che aveva fatto non sarebbe rimasto niente e, guardando indietro, quando si sarebbe trovato sul letto di morte, la sua vita gli sarebbe apparsa come un grosso fallimento. Ciò che aveva pensato, ciò che aveva scritto, tutto un grande bluff.

 Solo di una cosa avrebbe potuto dirsi certo: che il genere umano si sarebbe estinto a causa dell’egoismo, in barba a ogni lodevole invito alla cristiana carità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BOTTE

 

Il padre gli diede un grosso ceffone che gli fece molto male, colpendolo sul labbro e facendolo sanguinare. “Cosa ho fatto per meritarmi un figlio come te, un fallito, un miserabile coglione sdatto e capace solo di farsi seghe? Mannaggia a quel porco di Cristo, guarda tu se dovevo avere come figlio un finocchio e uno smidollato! Dio cane, madonna troia, porco Dio!”. La sua matrigna si tirò su la sottana e gli mostrò ghignando, sotto un ventre gonfiato dagli anni, dall’alcool e dalle gravidanze i genitali arrossati dall’estro; si infilò un dito dentro e glielo passò sulla faccia, sotto il naso. “Non ti piacciono le donne, non ti piace la marmellata, brutto coglione? Sei un debole, una femminuccia, un ranocchio brutto e storto, senza cazzo e coglioni!”. Il ragazzo si buttò in ginocchio, in preda alle disperazione e allo sconforto, scoppiando in lacrime e, mezzo affogandosi tra i singhiozzi, riuscì a dire: “Ma non capite che sono una persona normale, come tutte le altre, solo un po’ più sensibile delle altre, cosa vi ho fatto di male? Adesso mi metterò a cercare un lavoro e, se proprio non mi volete tra voi, andrò via e cercherò la mia strada da qualche altra parte, ma basta, vi prego, smettetela di torturarmi, per pietà!”. “Lo so io dove conduce la tua strada brutto pezzo di merda, conduce alla fossa! Che io sia maledetto se lascio che un aborto della natura, che un omosessuale  smidollato come te, che uno scarto della società e dell’umanità se ne vada in giro su questa Terra portando il mio nome  e il mio sangue nelle vene! Se solo avessi saputo, mannaggia a Dio! Ti avrei affogato appena nato e ti avrei gettato a pezzi nello scarico del cesso!”. Il padre era furibondo, ma nella sua follia la determinazione era quella di chi si preparava a porre in atto una decisione già presa da tempo; scese in cantina e tornò su con un bastone. Alla vista del bastone, e dello sguardo omicida del padre, la sorellastra del ragazzo, che finora se ne era stata in disparte intimorita dalle urla e dalle violenze contro il fratellastro, al quale comunque aveva sempre voluto bene, si avventò contro il genitore; questi però la respinse con un fortissimo calcio nel ventre: la ragazzina strabuzzò gli occhi e, sentendosi mancare il fiato, svenne.

 

Questo gesto d’amore da parte della sorella fu abbastanza per il ragazzo, che in fondo cercava solo un po’ d’affetto e compassione, e fu sufficiente a farlo morire contento, mentre il padre gli fracassava le ossa a bastonate e il suo sangue imbrattava, con spruzzi, il pavimento e i muri di casa. Il padre cercò di disfarsi del cadavere nascondendolo in un sacco di plastica e portandolo alla discarica, ma venne scoperto e si seppe tra l’altro che, per convincere la figlia a tacere, la aveva stuprata e riempita di botte. La figura del giovane, di cui omettiamo il nome, venne eletta a simbolo del sacrificio in nome della dignità dell’individuo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BOH...

 

“Ma veramente credi ancora in un Dio che ti possa riscattare? Anche di fronte al tuo fallimento, di fronte alla coscienza che ognuno scannerebbe Abele se lo potesse fare di nascosto; che ognuno se ne frega dell’altro ed è felice di essere re nei quattro muri su cui è riuscito a mettere le mani dopo una vita di fatiche e lutti? Tu sai che lassù ognuno vorrebbe mangiare l’altro vivo e che è per questo che tu, debole e inconcludente, non riuscirai mai ad arrivare lassù e sarai una delusione per tutti quelli che si aspettano che tu mantenga la tacita e latente promessa. Questo era ciò che gli passava per la testa mentre si stava avviando al suicidio, davanti alla vasca del bagno con un coltello in mano. La vita gli era andata in odio. La tapparella era abbassata e la porta della camera chiusa: era buio lì dentro e avrebbe fatto la fine di Marco Pantani. Meglio quella di Pantani che quella di Pacciani, pensò. Oppure no, chissà. Ma non aveva poi voglia di uccidersi, pensava ai suoi cari, che lo avrebbero trovato esangue o, peggio, nero e sul principio del disfarsi; e alla burocrazia, e ai servizi funebri e ai cambi di intestazione e a tutte le noie di questo mondo. Aprì il rubinetto dell’acqua calda e si avvicinò la lama ai polsi; l’acqua calda non veniva, si era dimenticato di accendere lo scaldabagno: la testa gli girava, gli veniva da ridere, sentiva che c’era del grottesco in tutto ciò: non era strano che la vita si avviasse verso la morte? La società esige che la tua vita prenda una forma; tu rifiuti di lavorare per darle questa forma e automaticamente le dai la forma della morte; con un coltello nuovo e forse mai usato. Gli tornò in mente che le corde degli impiccati portavano fortuna e  che per questo la gente faceva a gara per accaparrarsene un pezzo; forse che avrebbe fatto lo stesso per il coltello sozzo del suo sangue? Pensò di infilarsi il coltello nel petto, di immergerselo nel cuore. E se avesse sbagliato mira? Che fine crudele gli sarebbe toccata e il dolore, stimolo alla vita, non l’avrebbe fatto poi pentire del suo gesto? Era veramente terribile ciò che stava per fare: pensò a tutte le persone che si erano prese cura di lui, che lo avevano protetto, che lo avevano preso come una ragione di vita; pensò alla mamma, alla nonna, al caldo del letto in un giorno d’inverno, ai  giorni di malattia, alle coccole...Gli venne l’orribile pensiero di essere come uno scarafaggio, un disgustoso insetto che fugge la luce e lo sguardo della gente normale, della vita normale; un tempo a quelli come lui negavano la sepoltura in terra consacrata: si immaginò un cadavere lasciato nel bosco, gli uccelli che gli mangiano gli occhi e i rospi che nidificano nella sua pancia gonfia... Le campane, il campanile, la condanna e l’emarginazione: ma perché gli era toccato in sorte di essere malvagio e disadattato?

 

Quella volta il nostro protagonista non si uccise. Si uccise però poco tempo dopo, e scelse la campagna per farlo. Andò in un silos in disuso e si impiccò. Trovarono il corpo solo dopo dei mesi, giacché lui era solo, aveva smesso di lavorare e nessuno aveva sporto denuncia per la  sua scomparsa. Questa volta non si dilungò in sofismi e filosofemi prima di uccidersi, pensò soltanto ai vermi e ai millepiedi che avrebbero mangiato il suo cadavere putrefatto. Era un disadattato e un mitomane.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA PARTITA A CARTE

 

“La storia che mi accingo a raccontarvi è la storia di un uomo, la cui vita è andata completamente in rovina a partire da una notte brava passata in compagna di amici che non vedeva da molto tempo.

Questa persona  aveva passato da poco i trent’anni, e abitava un appartamento in una palazzina situata in un quartiere alla periferia di una grande metropoli; dopo che i genitori erano entrambi morti, uno di vecchiaia e l’altro di cancro, l’uomo viveva solo. Lavorava come impiegato in un’azienda di proprietà dello zio e conduceva una vita modesta e regolare, dacché non aveva, come si suol dire, particolari grilli per la testa: si riforniva sempre dagli stessi commercianti, per quanto riguarda le vivande e le provviste in genere; in particolare aveva l’abitudine, alquanto fuori moda, di farsi confezionare gli abiti da una vecchia sarta che era stata amica di sua madre. La sera se ne restava a casa a guardare la televisione, tranne due sere al mese, in cui prendeva parte a delle discussioni con un gruppo di parrocchia: era apprezzato per la sua moderazione e per la bontà degli argomenti con cui sosteneva le proprie opinioni. In generale non era una persona che metteva passione nel vivere; è vero, altresì, che non tutte le persone si pongono problemi di questo genere.

Passato il Natale, qualche giorno prima dell’ultimo dell’anno, l’uomo trovò nella cassetta delle lettere un messaggio (aveva infatti sciolto il contratto con la compagnia dei telefoni, dopo che si era accorto che nessuno lo chiamava, e che anche lui non chiamava mai nessuno), in cui lo si invitava a trascorrere la notte di San Silvestro a giocare a carte; il messaggio portava la firma di alcune persone che aveva frequentato da ragazzino, persone che erano state, nella sua vita, ciò che di più vicino a degli amici aveva avuto: si stupì dell’invito ma dato che non aveva di meglio da fare decise di accettare, anche se ciò sarebbe andato contro le sue abitudini: sapeva infatti che degli uomini che si riuniscono per giocare a carte bevono, bestemmiano e raccontano storie sconce, e tutto ciò era molto lontano dal suo stile di vita.

Ora, bisogna dire che questi sedicenti amici erano, a parte uno che lavorava nelle ferrovie, dei falliti, e avevano chiamato il nostro protagonista con la sola finalità di spillare dei soldi a quello che reputavano un grande sempliciotto, per usare un eufemismo.

Fu così che la sera dell’ultimo dell’anno l’uomo si presentò al luogo che era stato eletto a bisca (la casa di un amico), portando in dono una bottiglia di spumante e un panettone; tutti lo festeggiarono, chiedendogli come se la passasse, come se la passassero i suoi, e tutte le cose che si chiedono in circostanze di questo genere.

Si cominciò a giocare a carte e, tra uno mano e l’altra, diverse bottiglie di liquore furono avviate e svuotate; l’atmosfera si stava riscaldando, e si arrivò al momento delle confessioni: “Questa ve la devo proprio raccontare, porco d’un Dio maiale! Non ho mai avuto il coraggio di raccontarlo a nessuno, finora, ma a voi, che diamine! Mica andrete a farlo scrivere su un giornale, porci come siete!” disse il ferroviere. “Sapete quella ragazza dominicana, quella che abitava sotto di me, quella che hanno trovata impiccata? Ebbè, questa ve la devo proprio dire! Aveva un marmocchio, e l’uomo che l’aveva messa incinta se ne era andato , viveva sola e questo marmocchio aveva una specie di malattia, quelle genetiche che vanno di moda adesso, e aveva bisogno di cure e mancavano i soldi per curarlo. E allora, una sera questa mi si presenta alla porta e mi dice che ha bisogno di soldi, la gran maiala, con una faccia da cane bastonato che si vedeva lontano un miglio che non le piaceva umiliarsi; forse si credeva, nel suo cervello da cagna negra immonda che io, per il solo fatto di avere un lavoro fisso, ci sguazzavo dentro, ai soldi, che mi uscissero dal buco del culo e dalle orecchie! Bene, faccio entrare questa scrofa della Madonna e le dico che possiamo metterci d’accordo e questa comincia a togliersi le mutande, che lo sa a cosa sono buone le donne nel mondo, e come si fa a ottenere attenzione, se sei nata donna! Fatto sta che mi ha fatto fare le cose più turpi e immonde, e sempre con la stessa faccia umiliata; solo alla fine è scoppiata a piangere in silenzio. Poi, ovviamente, le dico che non ho nulla da dare a una puttana negra, dipendesse da ciò la sua schifosa vita; appena questa alza lo sguardo per reagire, io le do un ceffone e le salto addosso, stuprandola come si stupra una cagna! Non so cosa diamine mi sia preso, ma devo confessare che per il mio cazzo e per le mie palle quello è stato il più bel giorno della mia vita! Poi il marmocchio è morto, alla fine pesava qualcosa come dieci chili, era uno scheletro, un morto vivente, e lei l’ha seguito poco dopo. Che gran mondo di merda!”. Un altro dei presenti, ubriachissimo,cominciò a dire: “Hai ragione, dio maiale, è tutta una questione di politica, pensa a cosa sarebbe la mia vita se solo da ragazzo, invece di farmi le seghe, mi fossi avvicinato alla politica! Puoi essere un maiale, un coglione, un incompetente ma se hai gli appoggi giusti non dovrai mai mangiare tutta la merda di questo mondo, come invece faccio io. E pensare che quella buona donna di mia madre, da bambino mi diceva sempre che avrei avuto successo, in questa fogna di mondo!”. “Lascia perdere, Mario. Perdente tra i perdenti non è poi questa gran cosa, no? Pensa se eri un perdente in mezzo a quelli che contano qualcosa, ti saresti ritrovato anche tu con una corda attorno al collo, come quella ragazza di cui si parlava prima; ma Cristo che orrore, tu devi essere uscito di testa!” Gli fece eco un altro, rivolgendosi poi al ferroviere. “Mi hai sentito, tu devi essere uscito di senno!” Il ferroviere non lo aveva neanche ascoltato, una luce strana brillava nei suoi occhi; alzò lo sguardo e guardò con un ghigno satanico chi lo accusava; questi, intimorito, gli versò da bere e si alzò, prese il cappotto e se ne tornò a casa; pensò che infatti, in fin dei conti, non erano fatti suoi e che di gente che soffre al mondo c’è n’è troppa perché da soli si possa fare qualcosa per aiutarla. [...]”

 

Qui si interrompe questo manoscritto, che è stato prodotto come prova dall’accusa in un processo a carico di Carlo Duranti, un ferroviere di 42 anni accusato di avere ucciso Fabio Guidi, disoccupato di 35 anni, e di averne occultato il cadavere. Il manoscritto venne trovato a casa dello stesso Guidi, dopo che la ex moglie ne aveva denunciato la scomparsa; sembra che questi coltivasse ambizioni letterarie: nella sua casa sono stati ritrovati diversi appunti, oltre ad opere letterarie di altri autori, in prevalenza di Albert Camus e di Alessandro Manzoni. Il processo è tutt’ora in corso. Quanto alla persona di cui si parla all’inizio del manoscritto, sembra che questa possa essere identificata con Alberto Rossi, un impiegato che ha  dato segno di gravi turbe psichiche proprio a cominciare dal giorno di cui si narra nel racconto: un vigile urbano lo ha preso, dopo aver ricevuto diverse segnalazioni, mentre brucava, nudo, l’erba di un’aiuola in un parco pubblico. Sembra che l’origine di questi gravi squilibri sia da ricercare in un’altro evento, avvenuto la stessa notte di San Silvestro, su cui ancora non si è riusciti a fare molta luce, stante la reticenza del Duranti: i sepolcri di Maria Lopez e del figlio Carlo, entrambi cittadini dominicani, che hanno trovato sepoltura nella nostra città grazie all’intervento di un’associazione cattolica, sono stati orribilmente deturpati. Sembra che la responsabilità di questi eventi sia riconducibile al Duranti e che il Guidi, che ne è stato testimone, avesse cominciato a ricattarlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COGITABONDO

 

Nel libro della Genesi sta scritto, a riguardo del lavoro, che esso è una condanna per l’uomo  peccatore; ma le cose stanno davvero così? Ovvero, il lavoro è una condanna, o piuttosto l’uomo può elevarsi e nobilitarsi attraverso il lavoro? Vediamo di cercare una risposta al nostro interrogativo con una storia, che adesso vi vado a raccontare.

 

Il sole se ne stava scendendo dietro le colline che limitavano da una parte l’incavo in cui era stato creato, per usi irrigui, il piccolo laghetto sulle cui rive era solito venire a meditare, quando il tempo glielo permetteva e quando era di umore melanconico; quando avvertiva, cioè, quello che nell’ottocento veniva chiamato lo spleen, e sentiva il bisogno di isolarsi da quel mondo artificiale fatto di responsabilità, di conti, di soldi e di rifugiarsi nel mondo genuino e primigenio della natura. Di solito si dedicava a riflessioni filosofiche dai contorni sfumati, che coinvolgevano i sentimenti cosmici che l’uomo deve aver provato sin da quando il suo piede ha cominciato a solcare questa Terra dura e fredda: la colpa, la condanna, la riscossa, l’intuizione di un mondo al di là di questo mondo, infinitamente più bello o infinitamente più terribile…Altre volte ripensava alle cose spassose che aveva fatto, e si metteva a ridere in silenzio: come quella volta che si era presentato a un appuntamento con la madre della fidanzata portando in dono un mazzo di fiori accuratamente scelti tra quelli che ornavano le tombe di un cimitero; oppure a quel periodo assurdo della sua vita in cui, ogni fine settimana, dopo aver fatto scorta di birre al discount, prendeva la macchina e partiva da solo, per andare a rinchiudersi in qualche pensionaccia, e a ubriacarsi. Altre volte ripensava invece ai momenti difficili che aveva passato: l’angoscioso senso di estraneità che provava da giovane, la morte del padre, d’infarto, i vari abbandoni, addii, litigi, tutto ciò che lo aveva allontanato dalle persone che avevano contato qualcosa, nella sua vita.

Era quindi in uno di questi stati, cogitabondo, seduto sulla riva del lago, con la testa appoggiata sulle ginocchia e le braccia racchiuse attorno ad esse, gustandosi la brezza del tardo pomeriggio sul collo nudo e guardando il vento increspare l’acqua dritto davanti a sé; dei rumori, come dei soffi, seguiti da scrosci, attirarono la sua attenzione.

Si alzò, incuriosito e si avvicinò al luogo da cui provenivano i rumori; girò attorno ad una sporgenza della riva,  e la scena che gli si presentò fu disgustosa: una nutria lo fissava con i suoi occhi neri e liquidi, soffiando acqua e aria dalla sua bocca incorniciata da baffi umidi ed unti: la nutria gli mostrò i denti e la sua faccia sembrò farsi cattiva mentre continuava a fare il suo strano verso. Altre nutrie, più piccole, uscirono assieme dall’acqua e, dritte sulle zampe, presero a soffiargli contro, tutte assieme; guardò verso il lago: scorse in lontananza più nutrie, grasse, nere, che nuotavano placidamente nell’acqua. Quanto era lontano il reale dall’immagine che ne aveva fino ad un secondo fa! Prima tutto gli appariva bucolico, idilliaco, e adesso questi esseri schifosi avevano corrotto tutto ciò, alla stregua di una subdola putrefazione! Deluso e disgustato, si mise le mani in tasca e si avviò verso la sua abitazione.

 

Nelle settimane che seguirono la sua vita procedette in modo regolare; la sua professione di commercialista gli portava via, tra lavoro effettivo e incontri per procurarsi nuove commesse, quasi tutto il tempo che aveva a disposizione; la sera tornava a casa tardi, stanco, e di solito si addormentava davanti al televisore acceso.

Una volta ultimati i lavori per i vari clienti, decise di prendersi una settimana di pausa e di dedicarla, come suo solito, alla soddisfazione dei propri vizi; di solito pagava sempre le conseguenze della sua deboscia. Infatti, dopo una settimana:

 

Lo scorreggione che tirò gli infiammò il buco del culo e gli fece imbrattare le mutande; doveva essere qualcosa che aveva mangiato: a dire il vero era ormai una settimana che mangiava poco, fuori pasto, e poi solo carne. Sentì che gli scappava un altro scorreggione, aveva le coliche e la pancia gonfia, beveva troppo caffè ed alcool: cercò di trattenerlo e di andarci giù piano, ma gli scappò la cacarella insieme a uno scorreggione a buco stretto, con una gran pernacchia e che bruciava come se gli tenessero la fiamma dell’accendino sulla mucosa del buco; si era sporcato tutte le mutande, e il liquido acido e puzzolente era passato anche sui calzoni. Suonarono alla porta: “Oddio, e adesso che faccio?” - pensò. L’appartamento non era molto pulito, e poi lui era stato quasi un giorno senza cambiare aria, con le tapparelle abbassate a tenersi il basso ventre e a scoreggiare la diarrea; l’odore della stanza doveva essere come quello delle fogne, e poi c’era una macchia di merda sul divano, sotto il suo culo. Andò ad aprire: era la posta, una giovane ragazza gli porgeva un modulo da firmare, per una raccomandata; la ragazza gli guardava la macchia di merda sui calzoni e cercava di respirare solo colla bocca; quando le ridiede la penna si accorse di avere le mani sporche di cacarella, e di avere sporcato di diarrea anche il modulo; la ragazza prese un fazzoletto e poi il modulo e se ne andò via di corsa, salutando e lasciandogli la lettera. Tornò dentro casa e gli venne una fitta che lo fece correre verso il cesso: si mise sulla tazza e, senza appoggiarsi al bordo si spremette e lanciò uno schizzo di acqua marrone con in mezzo dei pezzetti di cibo non digerito; metà dello schizzo finì fuori della tazza; gli venne un conato di vomito e si accorse di avere un forte prurito al cazzo: erano giorni che non si lavava, e la pelle attorno alla cappella era tutta arrossata e le sue mutande, che non si era cambiato, erano macchiate di giallo e puzzavano di piscio; la pelle delle palle era arrossata, e si stava desquamando. Un’altra colica: si spremette ma non riuscì a far uscire niente, si spremeva e aveva tutta la faccia rossa e il mal di pancia fortissimo; gli venne un conato  e cascò in ginocchio, tenendosi la pancia e vomitò sul pavimento la colazione: aveva mangiato il latte con i biscotti nonostante avesse il mal di pancia e adesso se lo stava vomitando sulle cosce e sul pavimento, con il puzzo acido del latte mezzo digerito.

 

Forse questa storia non è la più adatta per essere presa come punto di partenza per una riflessione, poiché non c’è molta coerenza all’interno di essa; d’altra parte è l’instabilità, e non la coerenza, la caratteristica peculiare della vita. Possiamo comunque dire, per quanto abbiamo poc’anzi visto, che c’è una condanna implicita nella condizione umana, e che questa è rappresentata dal vizio e dal peccato: il lavoro (e più in generale la disciplina) può quindi essere visto come uno strumento che l’uomo ha a disposizione per difendersi dal vizio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL VECCHIO

 

Il vecchio e la bambina entrarono, chiesero di mangiare e seguirono la giovane cameriera fino ad un tavolo un po’ in disparte; si sedettero. La bambina, o forse meglio la ragazzina, dacché quel giorno compiva tredici anni, aveva scelto di venire là a festeggiare l’evento con una cena; il vecchio era suo nonno. La ragazzina aveva perso sua madre l’anno precedente: aveva problemi con la droga, e la ragazzina era l’unica cosa monda che era riuscita a tirare fuori dalla sua breve esistenza votata alla consunzione; dico monda perché questa ragazzina era stata cresciuta dagli zii in una maniera tutta speciale, e la sua natura non era stata corrotta né dai cupi e ossessivi precetti della religione cattolica, né dalla violenza e dalla depravazione che i suoi coetanei di questi tempi eleggono a ideale di vita sotto il nome di libertà: era spontanea, genuina, ma non ingenua: aveva chiesto a suo nonno di venire a cena in un pub, perché aveva visto in televisione, e sentito dalle sue amiche, che è in questi posti che i giovani vanno, quando non sono impegnati a drogarsi o a fornicare; il nonno aveva accettato, anche se all’inizio era un po’riluttante, e così l’aveva portata in uno di questi locali, che si trovava poco lontano dalla casa dove tutti abitavano. Erano le otto e mezza di un martedì sera, e il pub era praticamente vuoto. "Mhhh, quante cose buone! Guarda nonno!" disse la fanciulla porgendogli il menu. Il vecchio non aveva molta fame, e inoltre non voleva mangiare troppo, o cose troppo pesanti perché, oltre a soffrire di emorroidi, era uso ad avere degli attacchi di dissenteria incontrollabili, che gli causavano spesso un grande imbarazzo. Il suo sguardo cadde però sulla lista delle bevande alcoliche, in particolare sulla voce birre. Arrivati a questo punto bisogna dire che il vecchio aveva un brutto trascorso con l'alcool, e che questo era stato alla base dei problemi della figlia; pertanto non poteva più bere alcolici e la moglie stava molto attenta che non trasgredisse questa regola. Ora però la moglie non era presente (era a letto con l'influenza, e aveva la febbre molto alta), e la ragazzina non era a conoscenza dei problemi del nonno (poichè questi erano considerati infamanti, e non se ne doveva parlare), per cui non oppose alcuna resistenza mentre questi ordinava una birra rossa media per lui, e un antipasto misto, una pizza e una bevanda analcoolica per lei. Il vecchio trangugiò la birra in poche sorsate, sbrodolandosi: la sola vista del boccale colmo, col suo bel corredo di schiuma, aveva riacceso in lui una fiamma  sopita da almeno dieci anni: quella fiamma che solo una persona che ha sofferto di una tossicomania può conoscere, un misto tra una forte eccitazione sessuale e  il furore di un omicida. Il vecchio ordinò una birra chiara e appena la cameriera gliela portò se la bevve d'un fiato, sbrodolandosi di nuovo; finito di asciugarsi la bocca col manico della giacca fece un rutto fortissimo e scoppiò a ridere: si sentiva le mutande molle e le chiappe umide ed appicicose: se la doveva essere fatta sotto, ma l'alcool lo aveva già disinibito abbastanza e l'unica cosa che gli veniva da fare era di ridere. Ordinò mezzo litro di vino rosso. "Signore, veramente non credo sia il caso, mi sembra che lei abbia già..." cercò di dire la cameriera, ma il vecchio la interrupe con arroganza e le disse che avrebbe fatto meglio a portargli il suo vino, e mentre parlava biascicava e sbavava. "Nonno, che vergogna! Perchè ti comporti così? E poi c'è puzza di cacca! Forse è meglio se torniamo a casa. Ma perché nonno ti comporti come un vecchio ubriacone?" fece la ragazzina. "Mi sembri quella gran rompipalle della nonna, una vecchia rompiballe che ha vissuto tutta la vita come se avesse un manico di scopa infilato su per le chiappe, sempre attenta a non fare una mossa sbagliata perché il bastone le si sarebbe infilato più a fondo nel culo! Ahahah, Dio Maiale! Di un po', ma tu te ne fai, di ditalini? Eh, te lo sei mai toccato quel fichetto rosa che ti ritrovi in mezzo alle gambe?" Disse il nonno, ormai ubriaco, comportandosi come un vecchio sporcaccione. "Nonno, ma cosa stai dicendo? Non ti riconosco più..." La ragazzina era sull'orlo delle lacrime. "Si, non mi riconosci più! Di un  po', tu sai cosa è una marchetta?" "Nonno io..." "Una marchetta è scopare per soldi con persone che non conosci, sbandati, pervertiti, maiali, operai, padri di famiglia, giovani... Tua madre, quella cagna, ne faceva di marchette, quella grande maiala! Non ha mai lavorato, sgobbare tutto il giorno per finanziare i vizi di una stupidella, la storia di una vita, la mia vita, Dio lupo! Tu, tu sei nata da una marchetta, tu sei la figlia di una mignotta!" Il nonno ruttò e si prese la testa tra le mani. "Dio, mi gira la testa, ma so cosa ci vuole per farlo passare, questo mal di testa! Vino, vino, voglio del vino!" Il vecchio si alzò di scatto e si mosse verso il bancone; ma inciampò e cadde, rovesciando un tavolino e due sedie. La ragazzina era rimasta a bocca aperta: era offesa e spaventata, come solo i ragazzini di quell'età possono essere; lasciò il nonno lì per terra e scappò verso casa, da sola. Dalla caduta il vecchio riportò la frattura di una costola e la lussazione di una spalla; in famiglia tutti capirono che quella sera c'era stato qualcosa di molto brutto tra il nonno e la fanciulla, poiché questi non si parlavano più, ma nessuno dei due fu esplicito a riguardo, e i famigliari decisero di lasciar perdere, per non aggravare la già difficile situazione. Il giorno che il vecchio morì la ragazzina non si presentò al suo funerale. Decise di studiare, per evitare di condurre una vita squallida come quella della madre, o del nonno; per un periodo andò molto bene, e vinse anche delle borse di studio; poi perse l'interesse negli studi e perdendo l'interesse, come si suol dire, "perse il treno". Decise di prendere di petto pieno la vita, di affrontarla sul serio: si accorse che era davvero una brutta cosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FESTA DI LAUREA

 

Dal “Corriere dell’Umbria” del 22 giugno 20.. :

 

Finita in tragedia una notte di festa

Alcool e disattenzione alla base  del rogo in cui hanno perso la vita due giovani

 

Si è conclusa in modo tragico per un gruppo di ragazzi dell’orvietano un’escursione tra i boschi del parco del monte Peglia e della selva di Meana. Alle quattro del mattino del 21 giugno scorso, dietro segnalazione di alcuni abitanti della zona  i vigili del fuoco si sono recati in località Ospedaletto, nel comune di San Venanzo e si sono trovati a dover gestire un incendio di modeste dimensioni che rischiava però di propagarsi e accrescersi velocemente, stante la ricchezza di vegetazione della zona. Alle cinque, spente le fiamme la macabra scoperta: i cadaveri carbonizzati di due persone giacevano a terra in mezzo ai resti di una tenda da campeggio. In un sentiero vicino sono state ritrovate parcheggiate due automobili, e in prossimità di queste si aggirava, intossicato e in evidente stato confusionale, M. R., ventenne residente a Baschi. Dopo i primi accertamenti gli inquirenti, sentiti anche altri giovani che avevano partecipato a quella che sembra fosse una festa di laurea, escludono il dolo: “Pensiamo che i tre ragazzi, probabilmente ubriachi, si siano coricati in tenda senza aver avuto l’accortezza di spegnere il fuoco che avevano acceso per prepararsi da mangiare e per avere della luce. Una disgrazia, se si considera che sono state spezzate due vite così giovani. Sembra che le vittime possano essere identificate in F. M., ventitreenne di Orvieto e in S. T., ventiquattrenne di Montegabbione, che stava per laurearsi in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Perugia. Si attendono tuttavia le conferme dall’esame autoptico.

 

“Allora è vero che mo’ te laurei, Simò?” “Si, mi laureo; tra due settimane discuto la tesi.” “E su che l’hai fatta?” “Su Mazzini: la sua formazione culturale e politica nel contesto dell’Italia della prima metà dell’ottocento.” “Ammazza oh, che paroloni! Ma chi era poi ‘sto Mazzini, che ha fatto, che ha scritto cioè, perché chi era lo so, me lo ricordo l’emo fatto alle medie. Senti un po’, la voi ‘na sigaretta?” “Perché no?” Gli passò una sigaretta e gliel’accese; di solito non fumava. “Boh, un esaltato come tanti altri a quei tempi. Però rileggendo le lettere e le cose che scriveva quando aveva più o meno la nostra età: quanti begli ideali, quanta voglia di fare, che fermento: non come adesso, che nessuno ha voglia di fare un  cazzo e le belle parole si sprecano per commentare con finta passione le più insulse cazzate. Bah! Cambiare tutto affinché nulla cambi. Se poi ci aggiungi che questo in cui abitiamo è il più triste e immobile posto del mondo. . .” “Già. Boh, secondo me è colpa della pornografia e dei computer.” “Cosa dici?” “Sta cosa che i giovani non c’hanno più voglia de fa un cazzo, che so rinunciatari, ecco. Perchè movese de casa, incontrà altra gente, fa qualcosa insomma, quando tutto quello che te po servì ce l’hai già dentro casa?” “Ahahah, c’hai ragione, grande. Senti un po’, il mese prossimo vado via, vado a vivere a Milano. “A Milano? E che ce vai a fa a Milano?” “Ho avuto dei contatti con una casa editrice, pare che mi vogliano mettere a contratto, dovrò curare alcune edizioni, cose del genere...” “Ma allora lasci il paese! Che bello, te auguro tutto il bene del mondo: io invece mi sa che non me schiodo più da sto posto de merda, che ce starò fin quando crepo. Poi adesso, col mi babbo che sta male, lascià sola la mi mamma... e poi che vado a , chi me piglia a lavorà? Al giorno d’oggi ce vole la testa, ce vole d’avè studiato...” “Visto? Tu sei un bravo ragazzo, e quando dovremo rendere conto delle nostre azioni al Creatore tu starai sicuramente messo meglio di me. “Si vabbè, me pigli pel culo. . . Ma allora se vai via ce tocca de festeggià, de fa na festa! Senti, chiamo tutti io, ce famo una magnata e una bevuta come quelle dei vecchi tempi, che quando starai su a Milano te la sognerai la notte de falla! Salsicce, bistecche, da beve fino a morinne! Sento anche Massimo e i freghi de Baschi!” “E si, mi tocca proprio di salutare voi animali. . . Scherzo, sarà bello tornare ai vecchi tempi per una sera, prima di cambiare vita. Senti, ma allora fai tutto tu? E per quando vogliamo fare, per sabato?” “Nun te preoccupà, fo tutto io. Per sabato va benissimo, me fo risentì io, tu sta tranquillo.” “Per sabato allora. Senti, io adesso vado a casa, che ho da rivedere un po’di appunti.” “Sempre a studia, eh? Vabbè almeno sembra che te ne viene bono. Ciao Simò, grande.” Si abbracciarono. Il sole delle sette del pomeriggio era il suo compagno mentre se ne tornava a casa per i vicoli del centro storico. “Che gran sega sta tesi! Vabbè, tanto devo sta tranquillo, che è tutta una formalità, il grosso ormai l’ho fatto. E poi a Milano! Speriamo che mi dia qualche opportunità in più di questo buco del culo del mondo. Ah vabbè, ma questo è sicuro. Già dovrei ringrazià il Signore per avemme dato st’occasione!” Entrò in casa, chiuse la porta e si dedicò allo studio degli scritti di Mazzini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VACANZA

 

Era fatta. Avevano lavorato sodo ultimamente, ma ora era finita. Avevano dato tutti gli esami e finalmente si sarebbero potuti laureare. Tutto come nei loro piani. Restava la tesi, ma a quella si sarebbe pensato dopo, ora era tempo di concedersi una bella e meritata vacanza.

L’isolamento non gli pesava più di tanto: lo starsene chiusi dentro casa, tutto il giorno, da soli, mentre fuori impazzava l’estate e i giovani vivevano le avventure che una volta vecchi avrebbero ricordato con piacere; quelle avventure che, nella vecchiaia, gli avrebbero fatto apparire la giovinezza come un periodo felice dell’esistenza. Forse per loro non sarebbe stato così; ma tanto per loro non era mai come era per gli altri, perché loro erano diversi. Le poche uscite che si concedevano, in cui si risolveva praticamente tutta la loro vita sociale, erano soprattutto infrasettimanali, concentrate nei giorni che vanno dal martedì al giovedì: uscivano presto, verso le nove, e andavano in qualche locale, o in estate a qualche sagra paesana; prendevano una birra, se la bevevano rimanendo in silenzio, seduti a un tavolo lontano dagli altri clienti, dalle altre persone; partivano presto, verso le dieci e mezza, quando la gente cominciava ad arrivare. Sempre soli, sempre in silenzio. Ma ora era tempo di pensare alle vacanze, al sole, al mare, alle ragazze: avevano affittato un appartamento in una località balneare frequentata soprattutto da persone anziane.

I loro famigliari sapevano che sarebbero andati via un paio di settimane, loro due soli: non erano preoccupati per loro, non davano troppo credito alle voci di paese che li dipingevano come “strani”, anche se riconoscevano che in effetti erano un po’ isolati; ma d’altra parte pensavano che erano pur sempre studenti brillanti e che il mondo era bello perché era vario: prima o poi la ruota della fortuna sarebbe girata anche per loro. Prima o poi.

Per arrivare, in macchina, nel luogo in cui avrebbero trascorso la vacanza impiegarono circa tre ore: erano partiti verso mezzogiorno e verso le tre del pomeriggio erano giunti a destinazione; per evitare il traffico avevano viaggiato nelle ore più calde della giornata e, poiché la vettura su cui avevano viaggiato non era dotata di aria condizionata, quando scesero dalla macchina erano madidi di sudore. Appena arrivati non si preoccuparono di scaricare i bagagli, neanche le cibarie, ma si fiondarono in casa e dopo essersi assicurati che tutte le finestre fossero chiuse e tutte le tapparelle abbassate chiusero a chiave la porta. Trascorsero il pomeriggio seduti su due sgabelli, senza parlarsi, fissando il pavimento nella semioscurità del salotto; non si erano lavati dopo la sudata fatta durante il viaggio, e non si erano neanche tolti le scarpe: la maglietta sì però, e il sudore asciugato aveva già formato delle chiazze arancio sulla canottiera, sulla pancia e sotto le ascelle. Verso le otto uno dei due si recò al gabinetto, per pisciare e cagare: lasciò la porta aperta e, dato che tutte le finestre erano chiuse, in poco tempo l’appartamento si riempì dell’odore del cesso. L’altro disse che aveva fame, e che sarebbe andato a comprare qualcosa da mangiare. Prese la macchina, che aveva già cominciato a puzzare di roba andata a male, e si diresse verso una pizzeria: comprò una pizza intera alle cipolle, e mezza con il salame; comprò anche una bottiglia di vodka. Tornò a casa con il cibo e la bottiglia di vodka; parcheggiò, entrò e chiuse la porta a chiave. L’altro, all’arrivare dell’amico non diede il minimo segno di vita e sembrava  essere entrato in catalessi; ma quando vide la bottiglia di vodka si rianimò un poco: la prese, la stappò e si bevve un bel sorso di liquore ghiacciato, mentre l’altro divorava la pizza alle cipolle, ingoiando boccone dopo boccone senza quasi masticare. Poi anche lui si bevve un bel sorso di vodka e fece un rutto e un peto. Nel giro di dieci minuti avevano finito la bottiglia: quello dei due che era rimasto a casa aveva mangiato poco, solo una fetta di pizza con il salame, e sembrava aver mutato il proprio stato dalla catalessi alla cachessia: era tutto bianco in volto e aveva gli occhi sgranati: si alzò barcollando, e per poco non cadde a terra; si recò al gabinetto e vomitò più volte, finché ai conati seguì il rigetto di soli succhi gastrici. Erano le dieci di sera e decisero di dormire un po’. Misero la sveglia per le due del mattino.

Alle due la sveglia suonò: si alzarono e uscirono di casa, chiudendosi la porta alle spalle. Intorno a loro il silenzio era pressoché totale: i villeggianti anziani ormai erano andati a dormire da un pezzo, e i pochi giovani erano partiti dal paese per andare in qualche locale di tendenza, e non sarebbero tornati prima dell’alba. Entrarono in macchina: l’odore di marcio nell’abitacolo era veramente sgradevole. Ciò non ostante, si misero in viaggio senza abbassare i finestrini. Girarono per tre quarti d’ora prima di trovare un cimitero sufficientemente isolato; parcheggiarono l’automobile, aprirono il cancello ed entrarono nel camposanto. Non erano nuovi a frequentazioni notturne di simili luoghi e anzi, a dire il vero, la visita di un cimitero era una tappa obbligata delle loro uscite in coppia. In genere facevano un giro delle tombe, e si divertivano a scovare i sepolcri di bambini, o comunque di persone morte giovani. Poi facevano un secondo giro e canzonavano i morti con cui, almeno a giudicare dalle fotografie sui loculi, la natura era stata particolarmente avara per quanto concerne la bellezza fisica. Mentre giravano prendevano dei fiori dalle tombe, e se li offrivano a vicenda, simulando le movenze degli innamorati. Alla fine dei giri sceglievano un sepolcro particolarmente maestoso, e ci pisciavano sopra. A volte uno dei due si rinchiudeva nella cappella del cimitero, dove in genere è situato l’ossario e ci sono i ceri accesi a ricordo dei defunti. L’altro rimaneva fuori; non sapeva con esattezza cosa avvenisse all’interno della cappella, ma credeva che il compagno si masturbasse. Comunque, a questo riguardo erano sempre stati molto discreti. Quella notte non avevano fretta, o pressioni, così decisero di aspettare l’alba all’interno del cimitero. Quando il sole spuntò sull’orizzonte abbandonarono il triste sito, e si misero in cerca di un bar aperto per poter fare colazione.

Ne trovarono uno sul lungomare: presero cornetto e cappuccino. Nella bevanda di uno dei due galleggiava un pelo nero e riccio: non aveva voglia di discutere, e poi aveva fame, e così bevve lo stesso il suo cappuccino ingoiando il pelo. Aspettarono che aprissero il supermercato e il tabaccaio: comprarono fagioli in scatola, pesce surgelato, due bottiglie di un’imitazione della coca cola, un cartone di vino rosato e una confezione di sigari toscani. Tornarono a casa e misero il pesce a scongelare nel lavandino. Erano le nove del mattino, e decisero di andare a riposarsi.

Il primo a svegliarsi fu quello che aveva vomitato la sera prima: si recò in cucina, aprì il cartone del vino e la bottiglia di cola, e si bevve prima un bicchiere dell’uno, poi un bicchiere dell’altra; si mangiò due porzioni di fagioli e due pezzi di filetto di merluzzo, crudo: tanto, non era capace a cucinarlo. Gli vennero i crampi allo stomaco, e cadde in terra, contorcendosi mentre si teneva la pancia, piangeva e urlava. L’altro, quello che aveva la brutta abitudine di masturbarsi nella cappelle dei cimiteri, si svegliò a causa dei lamenti dell’amico e, piuttosto irritato, gli diede un pugno sulla testa, colpendolo alla tempia, così da fargli perdere conoscenza. Poi se ne tornò a dormire. Quando si svegliò erano le sei del pomeriggio, e notò che il compagno era ancora steso sul pavimento del salotto: questa volta si spaventò, e cercò di rianimarlo: gli rovesciò sulla faccia mezza bottiglia di cola: la cola gli entrava nel naso, facendolo annaspare e soffocare, ma ancora non sembrava aver voglia di svegliarsi. Gli tirò giù i pantaloni e le mutande, e cominciò a bruciargli con l’accendino i peli del culo e delle palle: in meno di cinque secondi era in piedi vispo e pronto a scattare come un topolino inseguito da un gatto. Nella sua apatia non rimproverò neanche il compagno: andò al gabinetto e si sedette sulla tazza per andare di corpo. La merda aveva la consistenza della cacarella e tutto l’appartamento si riempì di un odore acido. Il suo compagno si aprì una confezione di fagioli e cominciò a mangiare: sembrava che il suo appetito fosse stimolato dall’odore di cacca, contrariamente a quello che accade alla maggioranza delle persone. Quando il compagno debole di stomaco e di corpo si fu ripreso un poco, si sedettero sugli sgabelli nel soggiorno, e cominciarono a fumare i toscani, senza pausa: ogni volta che ne finivano uno ne accendevano un altro.  Dopo mezz’ora si trovarono nella necessità di aprire almeno una finestra, altrimenti sarebbero soffocati. Al termine della confezione avevano la bocca secca, le gengive doloranti e le labbra screpolate, e inoltre respiravano a fatica e avevano tutti e due il mal di stomaco.

Il resto della vacanza proseguì più o meno sullo stesso tono: si potrebbero descrivere altri picchi, ma tanto ai ragazzi, all’interno della propria visione  immorale della vita, questi apparivano come eventi di ordinaria amministrazione.

I famigliari attesero invano il loro ritorno: una mattina, al termine di una nottata di bagordi e malefatte, i due trovarono ad attenderli nell’appartamento una scomoda conoscenza dell’essere umano nel suo breve periodo di permanenza cosciente su questa terra: il cappio. Il cappio è la prova che un dio c’è, e che essi si erano spinti troppo oltre con le proprie malefatte.