La conversione di Iacopo de’ Benedetti
I.
Cominciamo dall’ inizio.
In quel di Todi, un giorno di un anno intorno al 1230; si sentono campane suonare a festa:
“È nato, è nato!”
“Bene. Qual’ è la prima cosa che ha fatto?”
“Ha pianto.”
Della
vita che Iacopo de’ Benedetti condusse fino ai trent’
anni non si sa molto. Pare che i Benedetti fossero una
famiglia benestante e potente, e che Iacopo fu avviato agli studi notarili che
portò a termine per poi condurre, per l’ appunto, la professione di notaio.
Sembra che il giovane Iacopo fosse un amante della
vita mondana e che fosse alquanto sregolato; si sposò con Vanna.
Todi, una sera del 1268. Iacopo e la moglie sono invitati ad una festa. Sono presenti mercanti e professionisti, i cosiddetti borghesi:
“Come la va, messere?”
“Bene, bene, benvenuti! Prego, entrate, accomodatevi e danzate: abbandonate sull’ uscio le ansie e gli affanni della vita di tutti i giorni, sicché potremo gustarci tutto il piacere della vostra compagnia, evitando conversazioni noiose o angoscianti. Scherzo, scherzo! Prego, la mia casa è la vostra casa!”
Succede una disgrazia: il solaio cede sotto il peso degli astanti; la moglie di Iacopo viene schiacciata da una trave, e muore soffocata.
II.
La salma viene portata in una stanza per essere spogliata e preparata per la cerimonia funebre.
“Iacopo, padrone, non credo sia il caso che tu assista a questa pratica, sarebbe umiliante per lei e sarebbe uno strazio per te!”
“Lasciami stare, ho tutto il diritto di vederla; sono il marito e lei era mia moglie.”
I due entrano nella stanza; la salma è stesa su un letto bianco; si comincia a spogliarla. Sotto le vesti viene rinvenuto un cilicio; Iacopo è sconvolto dalla scoperta:
“Dio mio!! Già è difficile sopportare la vista di tutto questo pallore, di queste labbra smunte, di questi occhi cerchiati! E questo odore di morte, poi! La vista di questo corpo sfatto e schiacciato dal peso della trave che reggeva un solaio su cui si danzava, erigendo un monumento alla floridezza di questo stesso corpo e ai piaceri che se ne possono trarre! Dunque è questa la fine di questo corpo fesso, per la cui preservazione ci si affanna una vita intera, umiliandosi e umiliando, e offendendo Gesù Cristo in ogni proprio atto... Che schifo!! Come sono stato cieco, tu lo sapevi e non hai lesinato nel mortificare la tua carne per tutte le volte che hai ceduto di fronte alla mia bramosia…”
Notte fonda; si veglia la morta. I tormenti interiori di Iacopo trovano espressione nella decisione di abbandonare la vita condotta sino ad allora e di dedicarsi interamente alla ricerca ed alla testimonianza di Cristo:
“Questo sono stato per tutta la vita, un sudicione, un lercio debosciato! Null’ altro! E i titoli e le commissioni e le onoreficenze. . .A cosa serviranno quando sarò in una fossa a rinsecchirmi come una lumaca al sole, in attesa di rendere conto all’ Onnipotente delle mie malefatte? Di quante pie donne, di quante vergini fanciulle, caste nel corpo come nella coscienza ho dissacrato, col pensiero o con l’ azione, la purezza dell’ anima e delle carni! Piangevano e io infoiato alitavo loro in faccia, col mio cattivo fiato e un ghigno da bestia. . . Ho consacrato la mia vita alla deboscia, ho fatto della mia vita una bestemmia, un unico e lungo atto impuro! Cieco che sono, vorrei cavarmi gli occhi dalla testa pur di non vedere tutte queste schifezze, questo degrado! Devo espiare, devo far provare anzi tempo a questo mio corpo florido la piaga della decomposizione, perché solo con la corrosione del corpo posso sperare di recuperare la mia anima immonda e putrefatta: voglio su di me la sifilide, la scabbia, voglio che i miei coglioni si ricoprano di pustole e piaghe, voglio la peste, la lebbra, non mi laverò i piedi fintanto che i funghi e la sporcizia non mi incolleranno le dita le une alle altre, sicché il mio piede diventerà palmato come quello di una papera! Lascerò che il mio corpo diventi un albergo per ogni sorta di parassita: voglio che gli intestini mi si riempiano di vermi, le uova dei pidocchi e delle piattole sui capelli, nelle ascelle, in mezzo alle gambe! Voglio che mi vengano delle emorroidi grosse come noci, così da poter maledire me stesso ogni volta che vado di corpo e non mi pulirò più quando vado alla latrina, farò del mio giaciglio una latrina, mi coricherò tra orina e feci, come un animale, come un vecchio bavoso mi ci struscerò sopra e non mi laverò più, così che il mio fetore sarà il marchio della peste che ha corroso la mia anima!”
“Ma Iacopo, non sragionare, ci sono modi meno estremi per testimoniare l’ amore di Gesù Cristo!”
“Lasciami stare donna! Nessuno ha aiutato Cristo a portare la croce, e lui è morto in croce per che cosa? Per fornire all’ uomo una via di redenzione e salvezza; e cosa ha fatto l’ uomo? L’ uomo ha continuato ad essere Caino, Onan e Giuda tutti e tre assieme, ha continuato a costruire una Sodoma lì e una Gomorra là, ha continuato a fornicare, a forgiare vitelli d’ oro, a disonorare il padre e la madre, Cristo!!! Fino a ieri non vedevo tutto ciò! Ma ora gli occhi mi si sono aperti! O signore, perdona la superbia del tuo umile servo: non dormirò mai più sotto un tetto, mi trascinerò nel fango d’ autunno, sotto la pioggia battente, come un verme, non mi metterò più nulla ai piedi e d’ inverno aspetterò fermo nella neve fintanto che le dita dei piedi mi diventeranno nere, e cadranno; mangerò solo pane e berrò solo acqua, mi coricherò insieme agli animali, ai porci, alle pecore, mi rotolerò nei loro escrementi e me li spalmerò sulla faccia, me li infilerò nelle narici per ricordarmi in ogni secondo l’ odore della corruzione; fuggirò il sole, mi ritirerò in anfratti in cui i miei soli compagni saranno i ragni e i millepiedi, fuggirò il sonno, non cederò alla tentazione di dormire e resterò sveglio a pregare Dio finché non sentirò il mio cuore battere fuori tempo: mai più mi avvicinerò a questa vita governata dal crimine e dal vizio, in cui gli uomini hanno un permanente formicolio ai genitali e in cui le donne non esitano a sventolare il seno con cui allatteranno il figlio perché il solo loro pensiero è quello di farsi imprenare! In cui per denaro il figlio sgozza il padre e il fratello schiaccia la testa al fratello, in cui sul trono che fu di Pietro si susseguono filistei e debosciati! Oh, ma di nuovo la mia superbia nel giudicare, chi sono io per giudicare? Vorrei scarnificarmi, strapparmi le vene dai bracci, se non sapessi che ne morirei, vorrei essere scorticato vivo, accecato, impiccato, arso, vorrei che dei chiodi mi venissero confissi nelle articolazioni, che tutto il male del mondo si riversasse su di me per ricordarmi la mia condizione di peccatore e la mia superbia!”
“Iacopo, Iacopo . . .”
“Non piangere donna, se tu potessi vedere il mondo con gli stessi occhi con cui lo vedo io non piangeresti per me, ma anzi, la clausura ti apparirebbe come la sola speranza di salvezza per la tua anima, in questo mondo non rischiarato dalla luce divina.”
La vita
di Iacopo successiva a quest’ evento è vicenda
nota; si sa che visse dieci anni da vagabondo, per poi farsi frate ed entrare
nell’ ordine dei francescani; si schierò dalla parte degli”spirituali”, in
merito alla disputa che si era aperta all’ interno dell’ ordine sulle direzioni
che lo stesso ordine avrebbe dovuto seguire. Ebbe alcuni screzi con il Papa Bonifacio VIII, che gli costarono, tra l‘
altro, alcuni anni di prigionia. Rese l’ anima
a Dio a Collazzone, la notte di Natale del 1306.
POSTILLE
E così si conclude la nostra narrazione. Ma, poiché non ci piacciono le storie “chiuse”, anche perché solo nel mondo della finzione esse esistono, dacché nella vita ogni storia ci si presenta come “aperta”, seminiamo un po’ di zizzania con un paio di considerazioni ciniche, in onore a quello scetticismo che tanto ruolo ha avuto nella formazione della mentalità moderna:
- pare che
molte laudi di Iacopone di carattere didascalico venissero impiegate per impartire ai novizi i concetti
fondamentali della dottrina e per metterli in contatto con lo spirito e con le
pratiche dell’ ascesi; forse che servissero per distogliergli da pensieri che
potevano condurli ad altre pratiche, che si osservano frequentemente in gruppi
di soli uomini (se succede tra i marinai, perché non dovrebbe succedere tra i
cappuccini)? D’ altra parte la deboscia dei frati è cosa nota ed è oggetto di
letteratura e di detti popolari; molte bevande alcoliche vengono
prodotte in conventi e sussiste inoltre la filastrocca: “Zio frate, zio
frate, senza donne come fate? Con la donna dell’ amico
io mantengo il vizio antico.”
- Iacopone, sebbene si professasse umile servo, e inveisse contro il potere e chi lo gestisce, era amico di potenti famiglie, se è vero che arrivò a mettere i bastoni tra le ruote ad un papa come Bonifacio VIII, che non si sarebbe di certo scomodato dinnanzi ad un frate di provincia (d’ altra parte Bonifacio fece imprigionare Iacopone, mentre non ebbe problemi a far assassinare Pier da Morrone).
A conclusione: un serio studioso, scrivendo ad un suo amico a proposito di Iacopone, ci informa che “inventati (sono) l’ anno della nascita e quello della morte, i suoi studi a Bologna, la sua improvvisa conversione, la sua dimora a Roma, la sua prigionia nella rocca di Palestrina, le sue più basse invettive contro Bonifacio VIII [...]”.
Ci scusiamo per alcune incongruenze, come quella per cui Iacopo invoca su di sé la sifilide, malattia che fu introdotta nel continente europeo a seguito della “scoperta” dell’ America. D’ altra parte questo breve lavoro non è frutto di uno studio attento degli usi e dei costumi dell’ epoca, per cui ci si è rifatti, in relazione ad alcune pratiche, essenzialmente agli usi moderni.