Adolescent gross-outs
1.
Credo fosse definibile come
dittatura militare. Mi pareva di averlo letto in qualche libro quando ero
ragazzo, o forse a scuola. Fatto sta che c' erano poliziotti
dappertutto, lungo le strade, ma venivano anche nelle case: stupravano
le donne e prendevano a bastonate i vecchi, e prendevano tutto quello che c'
era da mangiare e tutto quello che poteva valere qualcosa. Non aveva senso
accumulare, conveniva consumare tutto subito, ogni cosa risparmiata era una
cosa regalata ai militari. Un giorno mi stavo dirigendo al lavoro, e lungo la
strada c' era un manipolo di poliziotti armati di coltelli, manganelli e
pistole, che hanno cominciato a picchiarmi e mi hanno costretto a spogliarmi e
a stendermi a pancia in giù sull' asfalto. Hanno preso
a prendermi a manganellate sulla schiena, sulle reni e
sulle braccia e sulle gambe, e intanto un poliziotto mi infilava il manganello
nel culo, ficcandocelo dentro fino alla metà. Non mi
restava che subire, passivo e indifferente. Sull' altro lato della strada due
militari stupravano una donna, e intanto giocavano al tiro al bersaglio con il
figlio, che stava immobile contro un muro, a venti metri di distanza. Mentre veniva stuprata e picchiata brutalmente, la donna implorava
che il figlio venisse lasciato libero. Un proiettile lo colpì in testa, e
questi si accasciò, mentre sul muro rimaneva una grossa macchia di sangue
fresco che colava. La donna fu sgozzata, dopo che le furono tagliate via le
labbra della fica. I militari erano felici, più
felici di noi. Mi chiesi se anch' io sarei potuto diventare uno di loro. Poi
capii che non era una cosa come le altre. A un certo
punto i militari cominciarono a diventare sempre più strani. Uccidevano persone
e aprivano buchi nei loro ventri, o nelle loro schiene, e si scopavano i
cadaveri attraverso questi buchi. Poi cominciarono a farlo con persone vive. I
militari erano gioiosi, allegri e liberi, non si facevano scrupoli di sorta e
non sembravano astiosi nei confronti di nessuno. Venne un periodo che
cominciarono a uccidersi tra di loro, così, senza
motivo, spesso si prendevano a coltellate, come se stessero giocando, e mentre
lo facevano avevano i cazzi dritti. Poi mi accorsi
che i militari avevano sempre i cazzi dritti. Non avevano
bisogno di lavorare, rubavano il cibo alle persone che lavoravano. La loro
esistenza era un' esistenza giocosa e gioiosa. Tutto a un tratto mi sentii come invaso da una strana sensazione
di gioia, di serenità e di voglia di fare: tornato a casa mi scopai mia moglie
nel culo e poi la uccisi fracassandole il cranio. Ero
sempre più felice, e mi sentivo sempre più libero: mi accorsi che il cazzo mi era venuto duro, e non mi si smosciava
più, non mi sarebbe mai più tornato moscio, mai più, mai più!!!
2.
Solo. Solo seduto a un
tavolino di una specie di birreria in un paesino di provincia; non che gli
dispiacesse lo stare solo: difatti non se l' era mai intesa troppo bene con gli
altri, semplicemente non riusciva a trovare interesse nelle cose che questi facevano
e dicevano. Non era felice, ma non era neanche triste, si trovava spesso in uno
stato di pressoché totale indifferenza e apatia. Un bambino correva ridendo tra
i tavoli e rompeva le palle alle persone sedute che non appena lo vedevano
cominciavano una gran commedia di sorrisi, di gne gne gne e cazzi
vari. Il bambino cominciava a venirgli sui nervi: gli sembrava un
esibizionista: i bambini ce l' hanno un po’ questa cosa del voler essere sempre al centro dell'
attenzione. Arrivò anche al suo tavolino e cominciò a tirarlo per la giacca e a
sorridergli e a sbavare. Gli diede una spinta con la
mano in pieno petto, dicendogli: "Via!". Questi inciampò e cadde in
malo modo, infatti si fracassò la testa; sul pavimento
c' era sangue dappertutto e il bambino boccheggiava in preda a spasmi in una
pozzanghera di sangue. Poi smise di muoversi e rimase immobile. Lì per lì fu un
po’ scosso: non era certo stata sua intenzione ucciderlo; poi però ritornò nel
consueto stato di apatia. La gente si era alzata dai
tavoli: si sentiva urlare: "Cristo santo, l' ha ucciso!"
"Bastardo, vigliacco, hai ammazzato un bambino!" Alzò uno sguardo
indifferente e lo posò su una ragazza terrorizzata tutta imbellettata: che
dannato teatro, che noia, sembrava di essere in uno sceneggiato televisivo:
tutti megalomani, tutti attori, tutti specializzati nel trovare orpelli per il
nulla e per l' animale. Un omone gli si avventò contro
con le lacrime agli occhi: "Brutto bastardo, hai ammazzato il mio bambino
di tre anni!" Fu svelto nell' afferrare una
bottiglia di birra dal tavolo vicino e nello sfondargliela in testa: il volto
dell' omone si trasformò in una maschera di sangue. Corse fuori
dal locale e si infilò in macchina. Ingranò la retromarcia, la prima e
uscì dal parcheggio: per poco non prese sotto un grassone che stava mano nella
mano con una gran gnocca tutta in tiro. Ingranò la
quinta prendendo per una lunga dritta che era più buchi
che asfalto. Spinse l' accelleratore
a tavoletta: ogni buca che prendeva era una sfida per gli ammortizzatori della
sua carretta. Cento, cento e dieci. Chissà quanto tempo
sarebbe passato prima che le forze di polizia avrebbero cominciato a mettere
blocchi stradali. Centoventi. E se l' avessero
preso? Omicidio colposo, cinque anni di carcere, dal momento che era
incensurato, ma noooo, lo avrebbero dato in pasto all' opinione pubblica moralista e umanitaria, gli avrebbero
riconosciuto addirittura la premeditazione e l' avrebbero fatto marcire in
galera per il resto della sua vita: la gentaglia vuole sempre punizioni
esemplari in questi casi, così da riempire con qualcosa di eccezionale e
extra-ordinario la propria piatta schifosa insulsa grigia vita. Centotrenta,
cento e quaranta. Che facessero pure, tanto a lui non
gliene fregava un cazzo. Non gliene fregava un cazzo degli altri e non gli fregava un cazzo
neanche di sé: inutile arrabattarsi tanto, pensava, in una vita che finisce con
la morte. Intanto il motore andava su di giri e la macchina sfrecciava nella
notte: a ogni buca nell' asfalto rischiava di sbandare
e di consegnare la propria esistenza al campo che circondava la strada. Accese
la radio: passavano musica classica per pianoforte, forse era Mozart. Si immaginò un tale con un
vestito di velluto rosso e un grosso parruccone che picchiava con foga la tastiera
in preda a orgasmi: si mise a sghignazzare, rideva da solo e le sua risa
riempivano insieme alla musica lo sporco abitacolo puzzolente di fumo.
Centosessanta, cento e settanta. La dritta finiva con una curva a novanta gradi
costeggiata da un muro di cemento. Ormai era troppo tardi per rallentare, e
oltretutto lui non aveva voglia di rallentare: gli piaceva sentire le
vibrazioni del vecchio motore spompato portato all' estremo.
Si schiantò contro il muro di cemento a centosettantacinque chilometri orari.
Il giorno dopo ci vollero quattro ore per estrarlo dalla lamiera e la madre
chiamata per riconoscere il cadavere vomitò anche l' anima.
3.
Erano stati invitati a prendere il tè da quell’ amica
di sua madre che ha la figlia ritardata, cioè, ritardata sul serio, demente,
ecco. Fuori c’ era il sole: era una giornata calda, tutti se ne
andavano in giro in mezze maniche. Suonarono alla porta. Aperse la mamma
dell’ handicappata: sfoggiava un sorriso di merda, con denti cariati incorniciati da una buona spalmata
di rossetto: sembrava una vecchia pompinara. Li portò
nella stanza dove, si presumeva, sarebbe stato servito
il tè. Era una stanza bianca, con un pavimento di mattonelle lucide bianche,
con finestre dalle tende bianche: dava un’ idea di
pulito e di freschezza. Seduta sul divano c’ era la demente:
grassissima, molliccia, con la pelle bianca: il suo corpo enorme e le sue
grandissime tette strabordavano dal vestito tipo
canottiera con gonna attaccata (un vestito che sono solite portare le vecchie
quando fa caldo) che questa aveva indosso. Aveva i
capelli marrone-scuro, a caschetto:
guardava fisso avanti con aria ebete, e sbavava in continuazione: un po’ di
bava si era accumulata in mezzo allo spacco delle tette che il vestito lasciava
intravedere. E puzzava, puzzava moltissimo di sudore.
Un odore acre, come di cipolla, fortissimo, onnipresente, aggressivo veniva da
quella ragazzona: il ragazzo dovette accomodarsi per nascondere l’ erezione: il cazzo gli si era
fatto gonfio nei pantaloni. Si aggiustò come meglio poté:
quanta burocrazia, perdincibacco! Tutti
si accomodarono: il tè fu servito e si cominciò a parlare del più e del meno:
“Come sta tuo marito?” “Ieri sono stata in quella nuova pizzeria…”. Dio
maiale che rottura di cazzo, e poi non riusciva a
farselo tornare moscio: aveva davanti quelle tette enormi, e quella puzza di
sudore gli faceva fare certe fantasticherie sulle
ascelle della cicciona bavosa e demente… “Mostro a tua madre il nuovo negozio
che hanno aperto qui vicino. Tu vuoi rimanere qui? Tanto lei non ti darà alcun
fastidio. Perché la mia bambina è brava non è vero?” Accarezzò la testa dell’ handicappata sfoggiando di nuovo il suo sorriso di merda da vecchia puttana; la grassona per risposta sbavò.
“Si, si.”. Le due uscirono. Il ragazzo non resistette: si
tolse le scarpe, i calzoni e le mutande: se ne stava in piedi con il cazzo in tiro. “Tanto a te non cambia nulla non è
vero?” Si avvicinò alla ragazza e le alzò il braccio sinistro: dall’ ascella veniva un odore a tratti insopportabile. I coglioni del ragazzo si fecero durissimi: avvicinò le palle
all’ ascella della demente: riusciva a sentire il
calore che da questa veniva fuori. Ormai era infervorato. Appoggiò la cappella sull’ incavo dell’ ascella della cicciona e vi chiuse sopra
il braccio molliccio: sudore, calore, carne in abbondanza… Dovette concentrarsi
per non sborrare subito. Si mise il dito medio della
mano sinistra in bocca, lo umettò di saliva e cominciò a massaggiarsi il buco
del culo; nel frattempo
aveva appoggiato le palle sulle enormi tette della cicciona: fu come se queste
gliele avessero strette in un morbido e calorifico abbraccio. Dando sfoggio di grandi capacità acrobatiche si chinò sulla demente
e cominciò a baciarla: le infilava la lingua in bocca e si sbavava tutto; anche
il fiato della cicciona era cattivo: la sua bocca sapeva di marcio, come quando
non ci si lava i denti e alcune cose cominciano a marcire tra le gengive… Tutto
ciò lo eccitava ancora di più. Ormai si era infilato tutto il dito medio
nel culo e, non contento, ci
si era infilato anche l’ indice: con la mano destra teneva fermo il braccio
della cicciona, e si fotteva la sua ascella calda e
umida… Non ce la fece più a trattenersi e esplose in schizzi cremosi di bianca sborra fresca: la vedeva colare lungo il fianco della
cicciona, sopra il vestito, e gocciolare sul divano. Non si ricordava di aver
mai goduto tanto. Estrasse il cazzo ricoperto di
sperma misto a sudore dall’ incavo in cui se ne era
venuto, e si chinò sulla cicciona e il divano, leccando via le tracce del suo
godimento. La grassona continuava a sbavare, come se nulla fosse accaduto: a un certo punto, senza un motivo, cominciò a ridere,
emettendo versi simili a ragli di somaro.
4.
Quella mattina non aveva voglia di
andare al lavoro, il distretto industriale del sud est della regione non gli
avrebbe succhiato la vita quel giorno. Cacò in
una ciotola e mise la merda nel frullatore, fin
quando lo stronzo non fu ridotto a
una appiccicosa pasta cacherellosa. Tolse il
coperchio e si respirò la puzza invadente della merda,
della sua merda, di quella merda
che era uscita dal suo buco del culo.
Prese due fette di pane da toast e ci spalmò sopra la pasta cacarellosa.
Si sedette al tavolo e consumò la sua colazione.
Rimase seduto al tavolo per una buona mezz' ora, con la bocca allappata che gli
sapeva di schifoso, tipo di aglio e di cipolla andata
a male messi insieme. Guardò fuori dalla finestra:
grigio. Grigio fuori e grigio dentro. Decise di fare quello che aveva già
progettato di fare da tempo ma che non aveva mai avuto
la forza di fare. Andò al cesso e riempì la vasca d' acqua
calda. Si squarciò le vene dei polsi e le vene dietro i ginocchi, e si infilò nella vasca. Mentre
aspettava di morire pensava, e intanto piangeva. Pensava che anche lui una
volta era stato bambino, che anche a lui una volta
piaceva la cioccolata, che anche lui una volta aveva avuto degli amici: pensava
che anche lui una volta aveva trovato la vita entusiasmante. Già, una volta. Parmenide ci insegna che tutto ciò
non è reale, che non si può essere e non essere ciò che si è. A Parmenide piaceva il cazzo nel culo, a lui come a tutti quei
finocchi di greci. Smise di pensare, smise di respirare: il suo cuore aveva
smesso di battere. E tutto questo per sempre. Ma a lui
che gliene importava ormai: poco prima di spirare
aveva tolto il tappo alla vasca e la sua vita adesso era patrimonio delle
fogne. Domani il sole sarebbe sorto lo stesso, allo stesso modo in cui era
sorto ieri e allo stesso modo in cui sarebbe sorto in tutti i giorni degli
schifosi anni a venire.