LA MORTA INNAMORATA di Théophile Gautier Traduzione di Rosa Mandalari © marzo 2004 BORSINO TRADUTTORI - TRANSLATORS EXCHANGE www.wordtheque.com *°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°* Mi chiedete, fratello, se ho amato; vi rispondo di sì. Si tratta di una storia singolare e terribile e, anche se ho ormai settanta anni, oso a malapena riportare alla luce questo ricordo. Non voglio rifiutarvi nulla, ma non rivelerei a un’anima meno provata un simile racconto. Sono avvenimenti talmente strani che non riesco a credere che mi siano capitati. Sono stato per più di tre anni vittima di un’illusione singolare e diabolica. Io, povero prete di campagna, ho condotto in sogno tutte le notti (Dio voglia che si tratti di un sogno!) una vita da dannato, una vita da uomo di mondo e da Sardanapalo. Un solo sguardo eccessivamente pieno di compiacimento gettato su una donna anelava a causare la perdita della mia anima; ma alla fine, con l’aiuto di Dio e del mio santo patrono, sono riuscito a scacciare lo spirito maligno che si era impossessato di me. La mia esistenza si era complicata con un’esistenza notturna completamente differente. Il giorno ero un prete del Signore, casto, dedito alla preghiera e alle cose sante; la notte, fin dal momento in cui chiudevo gli occhi, diventavo un giovane signore, raffinato conoscitore di donne, di cani e cavalli, giocatore di dadi, bevitore e blasfemo; e quando allo spuntare dell’alba mi svegliavo, mi sembrava, al contrario, di addormentarmi e di sognare di essere prete. Di questa vita sonnambula mi sono rimasti ricordi di oggetti e parole dai quali non posso difendermi e, per quanto non sia mai uscito dalle mura del mio presbiterio, si parlerebbe di me piuttosto, per capirmi, come di un uomo che ha usato di tutto ed è tornato dal mondo, che è entrato nella religione e che vuole terminare nel seno di Dio giorni troppo agitati, di un umile seminarista che è invecchiato in una canonica ignorata, in fondo al bosco e senza alcun contatto con le cose secolari. Sì, ho amato come nessun’altro al mondo, di un amore pazzo e furioso, talmente violento che sono stupito del fatto che non abbia fatto scoppiare il mio cuore. Ah ! che notti ! che notti! Fin dalla mia più tenera età, avevo sentito la vocazione al sacerdozio; pertanto tutti i miei studi furono indirizzati in questo senso, e la mia vita, fino a ventiquattro anni, non fu altro che un lungo noviziato. Dopo aver raggiunto la mia teologia, passai successivamente per tutti i piccoli ordini, e i miei superiori mi giudicarono degno, malgrado la mia giovane età, di superare l’ultimo e temibile grado. Il giorno della mia ordinazione fu fissato per la settimana di Pasqua. Non ero mai entrato nel mondo; il mondo era per me il recinto del collegio e del seminario. Sapevo vagamente che esisteva un qualcosa chiamato donna, ma non vi avevo mai soffermato i miei pensieri; ero di un’innocenza perfetta. Vedevo la mia mamma inferma e anziana solo due volte l’anno. Si limitavano a questo i miei rapporti con l’esterno. Non rimpiangevo nulla, non provavo la minima esitazione davanti a questo impegno irrevocabile; ero pieno di gioia e d’impazienza. Mai nessun giovane fidanzato ha contato le ore con un ardore più fervente; non riuscivo a dormire, sognavo di celebrare messa; essere prete, non vedevo niente di più bello al mondo: avrei perfino rifiutato di essere re o poeta. La mia ambizione non chiedeva altro. Ciò che vi ho raccontato è per dimostrarvi il perché ciò che mi è successo non doveva succedermi, e di quale fascino inspiegabile sono stato vittima. Quando venne il grande giorno, camminai verso la chiesa con un passo talmente leggero che mi sembrava di essere sostenuto in aria o di avere le ali sulle spalle. Mi credevo un angelo, e mi stupivo della fisionomia cupa e preoccupata dei miei compagni ; poiché eravamo in parecchi. Avevo trascorso la notte pregando, ed ero in uno stato quasi estatico. Il vescovo, venerabile vegliardo, mi appariva Dio Padre chino sulla sua eternità, e vedevo il cielo attraverso le volte del tempio. Conoscete i dettagli di questa cerimonia: la benedizione, la comunione con il pane e il vino, l’unzione del palmo delle mani con l’olio dei catecumeni, e infine il santo sacrificio offerto in concertazione con il vescovo. Non mi soffermerò su questo punto. Oh! quanto ha ragione Giobbe e quanto è imprudente colui che non stipula un patto con i suoi occhi! Sollevai per caso il capo, che avevo fino ad allora tenuto inclinato, e scorsi di fronte a me, talmente vicina che avrei potuto toccarla, per quanto in realtà fosse posta a una distanza maggiore e dall’altro lato della balaustra, una giovane donna di rara bellezza e vestita con reale magnificenza. Fu come se mi si fossero aperti gli occhi. Provai la sensazione di un cieco che recupera immediatamente la vista. Il vescovo, sempre radioso, si spense immediatamente, i ceri impallidirono sui candelieri d’oro come stelle al mattino, e tutta la chiesa fu avvolta da una completa oscurità. L’affascinante creatura si distaccava su questo fondo d’ombra come una rivelazione angelica; sembrava brillare di luce propria e donare il giorno piuttosto che riceverlo. Abbassai le palpebre, deciso a non sollevarle più per sottrarmi all’influenza degli oggetti esterni; poiché la distrazione mi affliggeva sempre più, e mi rendevo a malapena conto di quello che facevo. Un minuto dopo riaprii gli occhi, giacché attraverso le ciglia la vedevo scintillante dei colori del prisma, e in una penombra purpurea come quando si osserva il sole. Oh! quanto era bella! I più grandi pittori quando, perseguendo nel cielo la bellezza ideale, hanno portato sulla terra il divino ritratto della Madonna, non si avvicinano minimamente a questa favolosa realtà. Né i versi del poeta né la tavolozza del pittore possono darne un’idea. Era piuttosto grande, con dimensioni e portamento da dea; i suoi capelli, di un dolce biondo, si separavano sulla sommità del capo e scendevano sulle tempie come due fiumi d’oro; si sarebbe detto una regina con il suo diadema; la sua fronte, di un biancore bluastro e trasparente, spaziava larga e serena sugli archi delle due ciglia piuttosto brune, singolarità che aggiungeva all’effetto di pupille verde mare ancora una vivacità e uno sfavillio insostenibili. Che occhi! con un lampo decidevano del destino di un uomo; avevano una vita, una limpidità, un ardore, un’umidità brillante che non ho mai visto in altro occhio umano; ne provenivano raggi simili a dardi che vedevo chiaramente arrivare al mio cuore. Non so se la fiamma che li illuminava provenisse dal cielo o dall’inferno, ma sicuramente ella proveniva dall’uno o dall’altro. Questa donna era un angelo o un demone, e forse entrambi; non proveniva certamente dal fianco di Eva, madre comune. Dei denti del più bell’oriente scintillavano nel suo rosso sorriso, e piccole fossette si scavavano a ogni inflessione della sua bocca nel raso rosato delle sue adorabili gote. Quanto al suo naso, era di una finezza e di una fierezza regale, e denotava l’origine più nobile. Lucentezze d’agata giocavano sulla pelle compatta e lucida delle sue spalle semi-scoperte, e fili di grosse perle bionde, di tonalità pressappoco simile al suo collo, le scendevano sul petto. Talvolta risollevava il capo con un movimento ondulato di biscia o di pavone che si inorgoglisce, e imprimeva un leggero fremito all’alto bargiglio ricamato a giorno che lo circondava come un traliccio d’argento. Indossava un abito di velluto rosso chiaro, e dalle sue ampie maniche bordate di ermellino uscivano mani patrizie di delicatezza infinita, con dita lunghe e paffute, e di una trasparenza così ideale che lasciavano passare il giorno come quelle dell’Aurora. Tutti questi dettagli sono ancora presenti nella mia mente, come se fosse stato ieri e, per quanto fossi preda di estrema agitazione, niente mi sfuggiva: la più leggera sfumatura, il piccolo punto nero all’angolo del mento, l’impercettibile peluria alle commessure labiali, la morbidezza della fronte, l’ombra tremolante delle ciglia sulle gote, coglievo tutto con stupefacente lucidità. Man mano che la guardavo, sentivo aprirsi in me porte che fino ad allora erano rimaste chiuse; sospiri ostruiti sfociavano in tutti i sensi e lasciavano intravedere prospettive sconosciute; la vita mi appariva sotto un diverso aspetto; ero appena nato a un nuovo ordine di idee. Una spaventosa angoscia mi attanagliava il cuore ; ogni minuto che passava mi sembrava un secondo e un secolo. Tuttavia, la cerimonia proseguiva, e io ero trasportato lontano dal mondo di cui i miei desideri nascenti assediavano furiosamente l’entrata. Malgrado tutto, dissi di sì quando avrei voluto dire no, quando tutto in me si ribellava e protestava contro la violenza che la mia lingua usava alla mia anima: una forza occulta, malgrado la mia volontà, mi strappava le parole dalla gola. Forse é proprio quello il momento in cui molte ragazze che si recano all’altare con la ferma risoluzione di rifiutare in maniera eclatante lo sposo che viene loro imposto, non prestano fede al loro progetto. È senza dubbio quello il momento in cui tante povere novizie prendono il velo, per quanto decise a lacerarlo nel momento di pronunciare i voti. Non si ha il coraggio di causare un tale scandalo davanti a tutti né di ingannare l’attesa di tante persone; tutte quelle volontà, tutti quegli sguardi sembrano pesare su di voi come una cappa di piombo; e poi le misure sono così bene prese, tutto è così bene sistemato in anticipo, in maniera così chiaramente irrevocabile, che il pensiero cede al peso della cosa e si accascia completamente. Lo sguardo della bella sconosciuta mutava espressione col progredire della cerimonia. Da tenero e affettuoso all’inizio, assunse un’aria di sdegno e malcontento come di chi non è stato compreso. Feci uno sforzo sufficiente a scalare una montagna per esclamare tra me e me che non volevo essere prete; ma non riuscii a venirne a capo; la mia lingua restò inchiodata al palato, e mi fu impossibile tradurre la mia volontà con il più leggero movimento negativo. Ero, completamente sveglio, preda di uno stato simile a quello di un incubo, come quando si vuole urlare una parola da cui dipende tutta la tua vita, ma non ci riesci. Sembrava partecipare al martirio che provavo e, a mo’ di incoraggiamento, mi lanciò un’occhiata piena di divine promesse. I suoi occhi erano un poema di cui ogni sguardo formava un canto. Mi diceva: “Se vorrai appartenermi, ti renderò più felice di Dio stesso nel suo paradiso; gli angeli ti invidieranno. Lacera questo funebre sudario con cui stai per avvolgerti; io sono la bellezza, la giovinezza, la vita; vieni a me, saremo l’amore. Cosa potrebbe offrirti Jéhovah per ricompensa? La nostra esistenza scorrerà come un sogno e sarà un bacio eterno. Spargi il vino di questo calice, e sei libero. Ti condurrò verso isole sconosciute; dormirai sul mio seno, in un letto d’oro massiccio e sotto un padiglione d’argento; poiché io ti amo e voglio sottrarti al tuo Dio, davanti al quale tanti nobili cuori spargono fiotti d’amore che non arrivano fino a lui.” Mi sembrava di sentire queste parole su un ritmo di dolcezza infinita, poiché il suo sguardo quasi parlava, e le frasi che i suoi occhi mi inviavano echeggiavano in fondo al mio cuore come se una bocca invisibile le avesse soffiate nella mia anima. Mi sentivo pronto a rinunciare a Dio, e tuttavia il mio cuore adempiva macchinalmente alle formalità della cerimonia. La bella mi rivolse un secondo sguardo così supplicante, così disperato che lame affilate mi attraversarono il cuore, che avvertii più spade che nel petto della madre dei dolori. Era fatta, ero prete. Mai fisionomia umana dipinse un’angoscia così straziante; la ragazza che vede cadere il suo fidanzato morto accanto a lei, la madre presso la culla vuota del suo figlio, Eva seduta sulla soglia della porta del paradiso, l’avaro che trova una pietra al posto del suo tesoro, il poeta che ha lasciato cadere nel fuoco l’unico manoscritto della sua opera più bella, tutti non hanno un’aria più costernata e inconsolabile. Il sangue abbandonò completamente la sua affascinante figura e divenne di un biancore marmoreo ; le sue belle braccia le caddero lungo il corpo, come se i muscoli ne fossero stati slacciati, e si appoggiò contro un pilastro, poiché le sue gambe si piegarono e si nascosero sotto di lei. Quanto a me, livido, con la fronte inondata di un sudore più sanguinoso di quello del Calvario, io mi diressi barcollando verso la porta della chiesa ; soffocavo ; le volte si appiattivano sulle mie spalle, e mi sembrava che la mia testa sostenesse da sola il peso della cupola. Mentre stavo per varcare la soglia, una mano s’impadronì bruscamente della mia; una mano di donna! Non ne avevo mai toccato una. Era fredda come la pelle di un serpente, e l’impronta mi restò bruciante come il marchio di un ferro rovente. Era lei. “Sciagurato! sciagurato ! cos’hai fatto ?” mi disse a bassa voce; poi scomparve nella folla. Il vecchio vescovo passò ; mi guardò con cipiglio severo. Mostravo la fermezza più strana del mondo; impallidivo, arrossivo, avevo dei capogiri. Uno dei miei compagni ebbe pietà di me, mi prese e mi condusse; da solo non sarei stato capace di ritrovare la strada del seminario. Alla svolta di una strada, mentre il giovane prete girava la testa da un altro lato, un paggio negro, vestito in maniera strana, si avvicinò a me, e mi diede, senza fermarsi durante la sua corsa, un piccolo portafoglio con gli angoli d’oro cesellati, facendomi segno di nasconderlo; lo feci scivolare nella manica e lo tenni lì finché non fui solo nella mia cella. Feci saltare il fermaglio, c’erano solamente due fogli con queste parole: “Clarimonde, palazzo Concini.” A quel tempo ero così poco informato delle cose della vita che non conoscevo Clarimonde, malgrado la sua celebrità, e che ignoravo dove fosse il palazzo Concini. Feci mille congetture, una più strana dell’altra; ma in verità, anche se avessi potuto rivederla, ero molto inquieto al pensiero di ciò che poteva essere, grande dama o cortigiana. Questo amore nato improvvisamente si era radicato in maniera indistruttibile; non pensavo neanche di tentare di afferrarlo, tanto avvertivo che la cosa era impossibile. Questa donna si era completamente impossessata di me, un solo sguardo era stato sufficiente a cambiarmi; mi aveva soffiato la sua volontà; non vivevo più in me, ma in lei e attraverso lei. Facevo mille stranezze, baciavo il posto nella mia mano che aveva toccato, e ripetevo il suo nome per ore intere. Dovevo solo chiudere gli occhi per vederla così distintamente come era stata in realtà, e mi ripetevo le parole che mi aveva detto sotto il portale della chiesa: “Sciagurato! sciagurato! cos’hai fatto?” Capivo tutto l’orrore della mia situazione, e i lati funebri e terribili dello stato che avevo appena abbracciato si rivelavano chiaramente a me. Essere prete! cioè casto, non amare, non fare distinzione né di sesso né di età, allontanarsi da ogni bellezza, cavarsi gli occhi, strisciare sotto l’ombra glaciale di un chiostro o di una chiesa, vedere solo moribondi, vegliare cadaveri sconosciuti e portare il lutto della sottana nera, in maniera tale che si possa fare del vostro abito un drappo per il vostro feretro! E sentivo la vita salire in me come un lago interno che si gonfia e straripa; il mio sangue batteva con forza nelle mie arterie; la mia gioventù, a lungo repressa, esplodeva improvvisamene come l’aloe che impiega cento anni a fiorire e che si schiude con uno scoppio di tuono. Come fare per rivedere Clarimonde? Non avevo alcun pretesto per uscire dal seminario, non conoscevo nessuno in città; non ci dovevo neanche restare, e aspettavo solamente che mi designassero la cura che dovevo occupare. Cercavo di smurare le sbarre della finestra; ma si trovava a un’altezza spaventosa e non aveva scala, bisognava pensarci. E d’altronde, potevo scendere solo di notte; e come me la sarei cavata nell’inestricabile dedalo delle vie? Tutte queste difficoltà, che non avrebbero rappresentato problemi per altri, erano immense per me, povero seminarista, innamorato di altri tempi, senza esperienza, senza denaro e senza abiti. Ah ! se non fossi stato prete, avrei potuto vederla tutti i giorni ; sarei stato il suo amante, il suo sposo, mi dicevo nella mia cecità; invece di essere avvolto nel mio triste sudario, avrei abiti di seta e velluto, catene d’oro, una spada e piume come i bei giovani cavalieri. I miei capelli, invece di essere disonorati da una larga tonsura, giocherebbero attorno al mio collo in riccioli ondeggianti. Avrei un bel baffo cerato, sarei un valoroso. Ma un’ora trascorsa davanti a un altare, alcune parole appena articolate, mi tagliavano fuori per sempre dal numero dei viventi, e avevo sigillato io stesso la pietra della mia tomba, avevo spinto con la mia mano il chiavistello della mia prigione! Mi misi alla finestra. Il cielo era mirabilmente blu, gli alberi avevano indossato il loro vestito primaverile; la natura faceva sfoggio di una gioia ironica. La piazza era piena di gente; alcuni andavano, altri venivano; giovani mughetti e giovani bellezze, coppia per coppia, si dirigevano verso il lato del giardino e dei pergolati. Alcuni compagni passavano cantando ritornelli conviviali; era tutto un movimento, una vita, un brio, una gaiezza che facevano dolorosamente risaltare il mio lutto e la mia solitudine. Una giovane madre, sulla soglia della porta, giocava con il suo bambino; baciava la sua piccola bocca rosa, ancora imperlata di gocce di latte, e gli faceva, infastidendolo, mille di quelle divine puerilità che solamente le madri sanno trovare. Il padre, che si teneva eretto a qualche distanza, sorrideva dolcemente a questo gruppo delizioso, e le braccia incrociate premevano la gioia sul suo cuore. Non riuscii a sopportare questo spettacolo; chiusi la finestra, e mi gettai sul letto con un odio e una gelosia spaventosi nel cuore, mordendo le mie dita e la coperta come una tigre digiuna da tre giorni. Non so quanti giorni sia rimasto così; ma, rigirandomi in un movimento di spasmo furioso, scorsi l’abate Sérapion che stava in piedi in mezzo alla stanza e che mi ponderava in maniera attenta. Mi vergognai di me stesso e, lasciando cadere la testa sul petto, mi nascosi gli occhi con le mani. “Romuald, amico mio, accade qualcosa di straordinario in voi, mi disse Sérapion dopo qualche minuto di silenzio; il vostro comportamento è veramente inspiegabile! Voi, così pio, così calmo e così dolce, vi agitate nella vostra cella come una bestia feroce. State attento, fratello mio, e non ascoltate i suggerimenti del diavolo; lo spirito maligno, irritato del fatto che vi siete completamente consacrato al Signore, si aggira attorno a voi come un lupo rapace e compie un ultimo sforzo per attirarvi verso di lui. Invece di farvi abbattere, mio caro Romuald, costruitevi una corazza di preghiere, uno scudo di mortificazioni e combattete il nemico valorosamente; lo sconfiggerete. La prova è necessaria alla virtù, entrate per la porta stretta. Non vi spaventate, non vi scoraggiate; le anime meglio custodite e più rafforzate hanno avuto questi momenti. Pregate, digiunate, meditate, e il cattivo spirito si allontanerà.” Il discorso dell’abate Sérapion mi fece rientrare in me stesso e divenni un po’ più calmo. “Venivo per annunciarvi la vostra nomina alla cura di C***, il prete che la possedeva è appena morto, e monsignore il vescovo mi ha incaricato di farvi installare lì; siate pronto per domani.” Risposi con un cenno del capo che lo sarei stato, e l’abate se ne andò. Aprii il mio messale e cominciai a leggere delle preghiere; ma i righi si confusero presto sotto i miei occhi; il filo delle idee si aggrovigliò nel mio cervello, e il volume mi scivolò dalle mani senza che io me ne accorgessi. Partire domani senza averla rivista! aggiungere ancora un’impossibilità a tutte quelle che vi erano già tra noi! perdere per sempre la speranza d’incontrarla, a meno di un miracolo! Scriverle? chi avrebbe fatto pervenire la mia lettera? Con la sacralità di cui ero rivestito, con chi aprirsi, di chi fidarsi? Provavo un’ansia terribile. Poi, mi ritornava alla mente ciò che l’abate Sérapion mi aveva detto degli artifici del diavolo; l’estraneità dell’avventura, la bellezza soprannaturale di Clarimonde, lo sfavillio fosforico dei suoi occhi, l’impronta bruciante della sua mano, lo scompiglio in cui mi aveva gettato, il cambiamento repentino che era avvenuto in me, la mia pietà dileguata in un istante, tutto ciò provava chiaramente la presenza del diavolo, e questa mano satinata era forse solamente il guanto con il quale aveva ricoperto i suoi artigli. Queste idee mi spaventarono molto, raccolsi il messale che era rotolato a terra dalle mie ginocchia, e mi rimisi a pregare. L’indomani Sérapion venne a prendermi; due mule ci attendevano alla porta, cariche delle nostre magre valigie; egli montò su una e io sull’altra alla meno peggio. Percorrendo le vie della città, rivolgevo il mio sguardo a ogni finestra e ogni balcone al fine di scorgere Clarimonde; ma era ancora mattina presto e la città non aveva ancora aperto gli occhi. Il mio sguardo cercava di penetrare dietro le tapparelle e attraverso le tende di tutti i palazzi davanti ai quali passavamo. Sérapion senza dubbio attribuiva questa curiosità all’ammirazione che mi provocava la bellezza dell’architettura, poiché rallentava il passo della sua cavalcatura per darmi il tempo di vedere. Alla fine arrivammo alla porta della città e cominciammo a inerpicarci su per la collina. Quando arrivai in alto, mi voltai per guardare ancora una volta i luoghi in cui viveva Clarimonde. L’ombra di una nuvola copriva interamente la città; i suoi tetti blu e rossi si confondevano in una semi-tinta generale, in cui galleggiavano qua e là, come bianchi fiocchi di schiuma, i fumi del mattino. Per un singolare effetto ottico, si profilava, biondo e dorato sotto un unico raggio di luce, un edificio che superava in altezza le costruzioni vicine, completamente annegate nel vapore; per quanto fosse a più di una lega, appariva vicinissimo. Se ne distinguevano i minimi dettagli, le torrette, le piattaforme, le intelaiature, e perfino le banderuole a coda di rondine. “Cos’è dunque quel palazzo che vedo laggiù illuminato da un raggio di sole?” chiesi a Sérapion. Mise la sua mano al di sopra degli occhi e, avendo guardato, mi rispose: “È l’antico palazzo che il principe Concini ha donato alla cortigiana Clarimonde; vi accadono cose spaventose.” In quel momento, non so ancora se è realtà o illusione, credetti di vedere sgusciare sulla terrazza una forma svelta e bianca che scintillò per un secondo e poi si spense. Era Clarimonde! Oh! Sapeva che a quest’ora, dall’alto di quest’aspro cammino che mi allontanava da lei, e dal quale non dovevo più scendere, ardente e inquieto, covavo con gli occhi il palazzo in cui abitava, e che un gioco derisorio di luce sembrava avvicinare a me, come per invitarmi a entrarvi da padrone? Senza dubbio lo sapeva, poiché la sua anima è troppo simpaticamente legata alla mia per non risentire affatto le minime vibrazioni, ed era questo sentimento che l’aveva spinta, ancora abbigliata con i veli da notte, a salire in terrazza, nella glaciale rugiada del mattino. L’ombra raggiunse il palazzo, e non fu altro che un oceano immobile di tetti e sottotetti in cui non si distingueva altro se non un’ondulazione montuosa. Sérapion toccò la sua mula, di cui la mia assunse subito l’andatura, e una curva a gomito del cammino mi rubò per sempre la città di S…, poiché non dovevo più farvi ritorno. Dopo tre giornate di strada attraverso campagne piuttosto tristi, vedemmo spuntare attraverso gli alberi il gallo del campanile della chiesa che dovevo servire; e, dopo avere seguito qualche strada tortuosa fiancheggiata da case contadine col tetto di paglia e cortili, ci trovammo davanti la facciata, che non era di grande magnificenza. Un androne decorato con qualche venatura e due o tre pilastri di gres intagliati grossolanamente, un tetto in tegole e contrafforti dello stesso gres dei pilastri, era tutto: a sinistra il cimitero invaso da erbe alte, con una grande croce di ferro al centro; a destra e all’ombra della chiesa, il presbiterio. Si trattava di una casa dalla semplicità estrema e priva di eleganza. Entrammo; alcune galline becchettavano sulla terra rari grani di avena; apparentemente abituate all’abito nero degli ecclesiastici, non si impaurirono affatto della nostra presenza e si spostarono appena per farci passare. Un latrato liso e roco si fece sentire, e vedemmo accorrere un vecchio cane. Era il cane del mio predecessore. Aveva l’occhio spento, il pelo grigio e tutti i sintomi della massima vecchiaia che possa raggiungere un cane. Lo carezzai dolcemente con la mano, e subito si mise a camminare accanto a me con un’aria di soddisfazione inesprimibile. Una donna piuttosto anziana, e che era stata la governante del vecchio curato, ci venne incontro e, dopo avermi fatto entrare in una sala bassa, mi chiese se era mia intenzione conservarla. Le risposi che l’avrei conservata, lei e il cane, e anche le galline, e tutti i mobili che il suo padrone le aveva lasciato alla morte, il che le provocò un trasporto di gioia, in quanto l’abate Sérapion le aveva concesso seduta stante il premio che desiderava. Dopo avermi sistemato, l’abate Sérapion ritornò in seminario. Dunque rimasi solo e senz’altro appoggio che me stesso. Il pensiero di Clarimonde ricominciò a ossessionarmi e, per quanti sforzi facessi per scacciarlo, non sempre vi riuscivo. Una sera, passeggiando lungo i viali fiancheggiati di bosso del mio piccolo giardino, mi sembrò di vedere attraverso la pergola una forma di donna che seguiva tutti i miei movimenti, e tra le foglie scintillare le due pupille verde mare; ma era solamente un’illusione e, dopo essere passato dall’altro lato del viale, non trovai nient’altro che un’orma di piede sulla sabbia, talmente piccola che poteva essere considerata impronta di bambino. Il giardino era circondato da mura molto alte; ne visitai tutti gli angoli e recessi, non vi era nessuno. Non sono mai riuscito a spiegarmi questa circostanza che, del resto, non era niente se paragonata alle strane cose che dovevano capitarmi. Vivevo in questo modo da un anno, adempiendo con esattezza a tutti i doveri del mio stato, pregando, digiunando, esortando e soccorrendo gli ammalati, facendo l’elemosina fino a privarmi delle necessità più indispensabili. Ma sentivo dentro di me un’aridità estrema, e le fonti della grazia mi erano inaccessibili. Non godevo di quella felicità che il compimento di una santa missione conferisce; la mia idea era altrove, e le parole di Clarimonde mi ritornavano spesso sulle labbra come una sorta di ritornello involontario. O fratello, meditate bene ciò! Per aver sollevato una sola volta lo sguardo su una donna, per un errore apparentemente così leggero, ho provato per parecchi anni le più miserabili agitazioni: la mia vita è stata turbata per sempre. Non vi tratterrò più a lungo su queste sconfitte e su queste vittorie interiori sempre seguite da ricadute più profonde, e passerò seduta stante a un avvenimento decisivo. Una notte picchiarono violentemente alla mia porta. La vecchia governante andò ad aprire, e un uomo dalla pelle abbronzata e riccamente vestito, ma secondo una moda straniera, con un lungo pugnale, si profilò sotto i raggi della lanterna di Barbara. Il suo primo movimento fu di spavento; ma l’uomo la rassicurò e le disse che aveva bisogno di vedermi immediatamente per qualcosa che riguardava il mio ministero. Barbara lo fece salire. Stavo per mettermi a letto. L’uomo mi disse che la sua padrona, una grande dama, era in articolo di morte e desiderava un prete. Risposi che ero pronto a seguirlo; presi con me ciò che occorreva per l’estrema unzione e scesi in tutta fretta. Sulla porta, due cavalli neri come la notte scalpitavano d’impazienza, e soffiavano sul loro petto due lunghi fiotti di fumo. Egli mi tenne la staffa e mi aiutò a montare su uno di questi, poi balzò sull’altro appoggiando solamente una mano sul pomolo della sella. Strinse le ginocchia e lasciò la guida al suo cavallo, che partì come una freccia. Il mio, di cui teneva la briglia, prese così il galoppo e lo imitò perfettamente. Divorammo il cammino; la terra scorreva sotto di noi grigia e scalfita, e i profili neri degli alberi si dileguavano come un’armata in disordine. Attraversammo una foresta di un buio così opaco e glaciale che mi sentii percorrere la pelle da un fremito di superstizioso terrore. Le scariche di scintilla che i ferri dei nostri cavalli strappavano alle pietre lasciavano sul nostro passaggio come una scia di fuoco, e se qualcuno, a quell’ora della notte, ci avesse visto, il mio conducente e io, ci avrebbe preso per due spettri a cavallo sull’incubo. Fuochi fatui attraversavano talvolta il cammino, e le taccole pigolavano miseramente nello spessore del bosco in cui brillavano di quando in quando gli occhi fosforici di qualche gatto selvaggio. La criniera dei cavalli si scarmigliava sempre di più, il sudore scorreva sui loro fianchi, e il loro fiato usciva rumoroso e accelerato dalle loro narici. Ma, quando li vedeva sul punto di cedere, il cavallerizzo per rianimarli gettava un grido gutturale che non aveva niente di umano, e la corsa ricominciava con furia. Alla fine il vortice si fermò; una massa nera cosparsa di alcuni punti brillanti si profilò immediatamente davanti a noi; i passi delle nostre andature risuonavano più rumorosi su un pavimento ferrato, e noi entrammo sotto una volta che apriva le sue cupe fauci tra due enormi torri. Una grande agitazione regnava nel castello; alcuni domestici con le torce in mano attraversavano i cortili in tutte le direzioni, e alcune luci salivano e scendevano di tratto in tratto. Intravidi confusamente immense architetture, colonne, arcate, scalinate e rampe, un lusso di costruzione completamente reale e fiabesco. Un paggio negro, lo stesso che mi aveva dato le tavolette di Clarimonde e che riconobbi all’istante, venne per aiutarmi a scendere, e un maggiordomo, abbigliato in velluto nero con una catena d’oro al collo e un bastone di avorio in mano, avanzò verso di me. Grosse lacrime fuoriuscivano dai suoi occhi e scorrevano lungo le sue gote sulla barba bianca. “Troppo tardi! Fece scuotendo la testa, troppo tardi! signor prete ; ma, se non avete potuto salvare l’anima, venite a vegliare il povero corpo.” Mi prese per il braccio e mi condusse verso la sala funebre; piansi tanto quanto lui, poiché avevo compreso che la morta non era altro che quella Clarimonde da me tanto e così follemente amata. Un inginocchiatoio era disposto accanto al letto; una fiamma bluastra che volteggiava su una patera di bronzo, gettava in tutta la camera una luce debole e incerta, e qua e là faceva sfavillare nell’ombra qualche spigolo sporgente di mobile o di cornice. Sul tavolo, in un’urna cesellata, era immersa una rosa bianca appassita le cui foglie, a eccezione di una sola che teneva ancora, erano tutte cadute ai piedi del vaso come lacrime odorose; una maschera nera spezzata, un ventaglio, travestimenti di ogni genere, attiravano sulle poltrone e facevano capire che la morte era arrivata in quella sontuosa dimora all’improvviso e senza farsi annunciare. Mi inginocchiai senza osare gettare uno sguardo sul letto, e mi accinsi a recitare i salmi con grande fervore, ringraziando Dio per avere posto la tomba tra l’idea di questa donna e me, affinché potessi aggiungere alle mie preghiere il suo nome ormai santificato. Ma poco a poco quest’impeto rallentò e caddi in sogno. Questa camera non aveva nulla della camera di un morto. Al posto dell’aria fetida e cadaverica che ero abituato a respirare nelle veglie funebri, un languido fumo di essenze orientali, non so quale odore amoroso di donna, navigava dolcemente nell’aria intiepidita. Questo pallido chiarore aveva piuttosto l’aria di una mezza luce disposta per la voluttà anziché il lume da notte dal riflesso giallo che tremola accanto ai cadaveri. Pensavo al singolare caso che mi aveva fatto ritrovare Clarimonde nel momento in cui la perdevo per sempre, e un sospiro di rammarico sfuggiva dal mio petto. Mi sembrò che avessero sospirato anche dietro di me, e mi voltai involontariamente. Era l’eco. In questo movimento, i miei occhi caddero sul letto di parata che avevano evitato fino ad allora. Le tende di damasco rosso a grandi fiori, rialzati da trecce d’oro, lasciavano vedere la morta coricata in tutta la sua lunghezza e le mani giunte sul petto. Era ricoperta da un velo di lino di colore bianco evanescente, che il porpora scuro della tappezzeria faceva ancora meglio risaltare; e di una tale finezza che non sottraeva nulla alla forma affascinante del suo corpo e permetteva di seguire quelle belle linee ondulate come il collo di un cigno che perfino la morte non è riuscita a irrigidire. Si sarebbe detto una statua di alabastro fatta da qualche scultore abile da mettere su una tomba da regina, o ancora una giovane donna addormentata sulla quale aveva nevicato. Non potevo più trattenermi; quest’aria di alcova mi inebriava, questo febbrile profumo di rosa semi-appassita mi saliva al cervello, e camminavo a grandi passi nella stanza, fermandomi a ogni giro davanti alla pedana per considerare la graziosa trapassata sotto la trasparenza del suo sudario. Strani pensieri mi attraversavano lo spirito; mi immaginavo che non fosse morta realmente, e che non si trattasse che di una finta che aveva escogitato per attirarmi nel suo castello e raccontarmi il suo amore. Addirittura, per un istante credetti di avere visto muovere il suo piede nel biancore dei veli, e guastarsi le pieghe diritte del sudario. E poi mi dicevo: “È proprio Clarimonde? quale prova ne ho? Questo paggio nero non potrebbe essere passato al servizio di un’altra donna? Sono proprio pazzo ad affliggermi e agitarmi così.” Ma il mio cuore mi rispose con un battito: “È proprio lei, è proprio lei.” Mi avvicinai al letto, e guardai con maggiore attenzione l’oggetto della mia incertezza. Ve lo confesserò? quella perfezione di forme, per quanto purificata e santificata dall’ombra della morte, mi turbava ancora più voluttuosamente di prima, e tale riposo somigliava tanto a un sonno che ci si sarebbe ingannati. Dimenticai di essere andato lì per un ufficio funebre, e immaginavo di essere un giovane sposo che entra nella camera della fidanzata che nasconde la sua figura per pudore e che non si vuole lasciare vedere. Ferito dal dolore, pazzo di gioia, rabbrividendo di timore e di piacere, mi chinai verso di lei e presi l’angolo del drappo; lo sollevai lentamente trattenendo il respiro per paura di svegliarla. Le mie arterie palpitavano con una tale forza che le sentivo fischiare nelle tempie, e la mia fronte era imperlata di sudore come se avessi spostato una lastra di marmo. Era proprio la Clarimonde che avevo visto in chiesa al momento della mia ordinazione; era così affascinante, e la morte in lei sembrava una civetteria in più. Il pallore delle sue gote, il rosa meno vivo delle sue labbra, le sue lunghe ciglia abbassate e ritaglianti la loro frangia bruna su questo biancore le conferivano un’espressione di castità melanconica e di sofferenza pensierosa di una potenza di seduzione inesprimibile; i suoi lunghi capelli sciolti, in cui ancora erano presenti alcuni fiori blu, facevano un guanciale alla sua testa e proteggevano con i loro riccioli la nudità delle sue spalle; le sue belle mani, più pure, più diafane delle ostie, erano incrociate in atteggiamento di pio riposo e tacita preghiera, che correggeva ciò che non avrebbero potuto avere di troppo seducente, perfino nella morte, la raffinata rotondità e la lucentezza d’avorio delle sue braccia nude dalle quali non erano stati rimossi i bracciali di perle. Restai a lungo assorbito in una muta contemplazione, e, più la guardavo, meno potevo credere che la vita avesse abbandonato per sempre quel bel corpo. Non so se fosse un’illusione o un riflesso della lampada, ma si sarebbe potuto affermare che il sangue ricominciasse a scorrere sotto questo matto pallore; tuttavia si trovava sempre nella più perfetta immobilità. Le toccai leggermente il braccio; era freddo, ma non più freddo della sua mano che quel giorno aveva sfiorato la mia sotto il portale della chiesa. Riacquistai la mia posizione, chinando la mia figura sulla sua e lasciando cadere sulle sue gote la tiepida rugiada delle mie lacrime. Ah! che sentimento amaro di disperazione e impotenza! che agonia per questa veglia! avrei voluto poter raccogliere la mia vita in un mucchio per donargliela e soffiare sulle sue spoglie ghiacciate la fiamma che mi divorava. La notte avanzava e, sentendo avvicinare il momento dell’estremo saluto, non riuscii a rifiutarmi questa triste e suprema dolcezza di porre un bacio sulle labbra morte di colei che era stata depositaria di tutto il mio amore. Oh prodigio! un leggero soffio si mescolò al mio soffio, e la bocca di Clarimonde rispose alla pressione della mia: i suoi occhi si aprirono e ripresero un po’ di chiarore, fece un sospiro, e, incrociando le braccia, le passò dietro il mio collo con un’aria di rapimento ineffabile. “Ah! sei tu, Romuald, disse con voce languida e dolce simile alle ultime vibrazioni di un’arpa; che fai? Ti ho atteso così a lungo, che sono morta; ma adesso siamo fidanzati, potrò vederti e venire da te. Addio, Romuald, addio! ti amo; è tutto ciò che volevo dirti, e ti restituisco la vita che hai richiamato su di me per un minuto con il tuo bacio; a presto.” La sua testa ricadde indietro, ma mi circondava sempre con le sue braccia, come per trattenermi. Un turbine di vento furioso sfondò la finestra ed entrò nella stanza; l’ultima foglia della rosa bianca palpitò un poco come un’ala all’estremità del gambo, poi si staccò e volò attraverso l’intelaiatura aperta, portando con sé l’anima di Clarimonde. La lampada si spense e io caddi svenuto sul seno della bella morta. Quando ritornai in me, mi trovai coricato sul mio letto, nella piccola stanza del presbiterio, e il vecchio cane del precedente curato leccava la mia mano allungata al di fuori della coperta. Barbara si agitava nella camera con un tremito senile, aprendo e chiudendo cassetti, o togliendo la polvere dai bicchieri. Vedendomi aprire gli occhi, la vecchia gettò un grido di gioia, il cane guaì e scodinzolò; ma ero talmente debole che non riuscii ad articolare alcuna parola né a fare un qualsiasi movimento. Avevo saputo in seguito che ero rimasto in quello stato per tre giorni, non dando alcun segno di vita se non un respiro quasi impercettibile. Questi tre giorni non fanno parte della mia vita, e non so dove fosse andato il mio spirito durante quei momenti; non ne conservo alcun ricordo. Barbara mi ha raccontato che lo stesso uomo dalla pelle abbronzata, quello che era venuto a cercarmi durante la notte, mi aveva condotto al mattino in una lettiga chiusa e se ne era andato subito. Fin dal momento in cui riuscii a raccogliere le idee, ripassai dentro di me le circostanze di quella notte fatale. All’inizio pensai di essere stato vittima di un’illusione magica; ma circostanze reali e tangibili distrussero ben presto questa supposizione. Non potevo credere di avere sognato, poiché Barbara aveva visto come me l’uomo con i due cavalli neri e ne descriveva la coppia e la forma con esattezza. Tuttavia nessuno conosceva nei dintorni un castello pari a quello in cui avevo ritrovato Clarimonde. Una mattina vidi entrare l’abate Sérapion. Barbara gli aveva comunicato che ero malato, ed egli era accorso in tutta fretta. Per quanto questo zelo dimostrasse affetto e interesse per la mia persona, la sua visita non mi arrecò il piacere che avrebbe dovuto. L’abate Sérapion aveva nello sguardo qualcosa di penetrante e inquisitore che mi infastidiva. Mi sentivo imbarazzato e colpevole di fronte a lui. Era stato lui il primo a scoprire il mio disagio interiore, e io ce l’avevo con lui per la sua chiaroveggenza. Mentre mi chiedeva notizie sulla mia salute con un tono ipocritamente mellifluo, fissava su di me le sue gialle pupille da leone e gettava come una sonda i suoi sguardi nella mia anima. Poi mi rivolse qualche domanda sul modo in cui dirigevo la mia cura, se me ne compiacevo, in che modo trascorrevo il tempo libero dal mio ministero, se avessi fatto conoscenza tra gli abitanti del luogo, quali erano le mie letture preferite, e mille altri dettagli simili. Rispondevo a tutto il più brevemente possibile, ed egli stesso, senza aspettare che avessi finito, passava ad altro. Chiaramente, questa conversazione non aveva alcun tipo di rapporto con ciò che voleva dire. Poi, senza alcuna preparazione, e come una notizia di cui si ricordava in quel momento e temesse di dimenticare in seguito, mi disse con voce chiara e vibrante che risuonò alle mie orecchie come le trombe del giudizio universale: “La grande cortigiana Clarimonde è morta ultimamente, in seguito a un’orgia che è durata otto giorni e otto notti. È stato qualcosa di infernale e splendido. In quel momento sono stati ripetuti gli abomini dei festini di Balthazar e Cleopatra. In quale secolo viviamo, buon Dio! I commensali erano serviti da schiavi di pelle scura parlanti una lingua sconosciuta, e che mi appaiono come veri e propri demoni; la livrea del minore tra essi sarebbe potuta servire come abito di gala a un imperatore. Si sono sempre sentite strane storie su questa Clarimonde, e tutti i suoi amanti sono finiti in maniera miserabile o violenta. Si diceva che fosse una ghul, una donna vampiro; ma io credo che fosse Belzebù in persona.” Tacque e mi osservò più attentamente che mai, per vedere l’effetto che le sue parole avevano prodotto in me. Non riuscii a evitare un movimento nel sentire nominare Clarimonde, e questa notizia della sua morte, oltre al dolore che mi causava per la strana coincidenza con la scena notturna di cui ero stato testimone, mi gettò in uno sgomento e un terrore che apparvero sulla mia figura, nonostante cercassi di controllarmi. Sérapion mi gettò un’occhiata inquieta e severa; poi mi disse: “Figlio mio, devo avvertirvi, siete sull’orlo di un abisso, attento a non cadervi. Satana ha gli artigli lunghi, e le tombe non sono sempre fedeli. La pietra di Clarimonde dovrebbe essere chiusa con un triplo sigillo; poiché non è, a quanto si dice, la prima volta che muore. Che Dio vegli su di voi, Romuald!” Dopo aver pronunciato queste parole, Sérapion raggiunse la porta a passi lenti, e io non lo rividi più; poiché partì per S*** quasi subito. Ero completamente ristabilito e avevo ripreso le mie funzioni abituali. Il ricordo di Clarimonde e le parole del vecchio abate erano sempre presenti nel mio spirito; tuttavia nessun avvenimento straordinario era accaduto per confermare le previsioni funebri di Sérapion, e io cominciavo a credere che le sue paure e i miei terrori fossero troppo esagerati; ma una notte feci un sogno. Mi era addormentato da poco, quando sentii aprire le cortine del mio letto e scivolare gli anelli sulle riloghe con un rumore squillante; mi sollevai bruscamente sui gomiti, e vidi un’ombra di donna che si stagliava in piedi davanti a me. Riconobbi immediatamente Clarimonde. Teneva in mano una piccola lampada simile per la forma a quelle che si mettono nelle tombe, il cui bagliore donava alle sue dita affusolate una trasparenza rosa che si prolungava per una degradazione insensibile fino al biancore opaco e latteo del suo braccio nudo. Era solamente ricoperta del sudario di lino che indossava sul suo letto da parata, di cui tratteneva le pieghe sul suo petto, come se si vergognasse di essere così poco vestita, ma la sua manina non era sufficiente, era così bianca che il colore della drapperia si confondeva con quello delle carni sotto il pallido raggio della lampada. Avvolta da questo fine tessuto che tradiva tutti i contorni del suo corpo, somigliava a una statua di marmo di bagnante di una volta piuttosto che a una donna piena di vita. Morta o viva, statua o donna, ombra o corpo, la sua bellezza rimaneva sempre uguale; solamente lo sfavillio verde delle sue pupille era un po’ smorzato, e la sua bocca, un tempo vermiglia, era colorata solo di un rosa pallido e tenero quasi simile a quello delle sue gote. I piccoli fiori blu che avevo notato nei suoi capelli erano completamente secchi e avevano quasi perduto tutte le foglie; il che non le impediva di essere affascinante, talmente affascinante che, malgrado la singolarità dell’avventura e il modo inspiegabile in cui era entrata nella mia stanza, non ebbi un attimo di spavento. Posò la lampada sul tavolo e sedette ai piedi del mio letto, poi mi disse chinandosi verso di me con quella voce contemporaneamente argentina e vellutata che riconobbi come appartenente solo a lei: “Mi sono fatta attendere, mio caro Romuald, e hai dovuto credere che ti avessi dimenticato. Ma vengo da molto lontano, da un luogo da cui nessuno è mai tornato: non vi è né luna né sole nel paese da cui arrivo; solo spazio e ombra; né cammino né sentiero; punto di terra per il piede, punto d’aria per l’ala; e tuttavia eccomi, poiché l’amore è più forte della morte, e finirà per vincerla. Ah! quante facce cupe e quante cose terribili ho visto durante il mio viaggio! Quanta pena la mia anima, rientrata in questo mondo per forza di volontà, ha avuto per ritrovare il suo corpo e installarvisi! Quanti sforzi ho dovuto compiere per sollevare la lapide con cui mi avevano ricoperta! Guarda! l’interno delle mie povere mani é straziato. Baciale per guarirle, caro amore!” Mi appoggiò, uno dopo l’altro, i palmi freddi delle sue mani sulla bocca, io li baciai parecchie volte, ed ella mi guardava con un sorriso d’ineffabile compiacenza. Lo confesso per mia vergogna, avevo totalmente dimenticato i consigli dell’abate Sérapion e la mia condizione. Ero crollato senza resistenza e al primo assalto. Non avevo neanche tentato di respingere il tentatore; la freschezza della pelle di Clarimonde penetrava la mia, e sentivo il mio corpo percorso da voluttuosi fremiti. La povera bambina! malgrado tutto ciò che ho visto, faccio ancora fatica a credere che fosse un demone; perlomeno, non ne aveva l’aria, e mai Satana ha meglio nascosto i suoi artigli e le sue corna. Aveva ripiegato i talloni sotto di lei e si teneva accovacciata sul bordo del lettino in una posizione piena di indifferente civetteria. Ogni tanto passava la sua manina tra i miei capelli e li acconciava a mo’ di ricci, come per sperimentare al mio viso nuove pettinature. La lasciavo fare con la più colpevole compiacenza, ed ella accompagnava tutto ciò col più affascinante ciangottio. È da notare che non provavo alcuno stupore nel vivere un’avventura così straordinaria, e, con la stessa facilità con cui si è portati a considerare come molto semplici gli avvenimenti più strani, così non ci vedevo nient’altro che un qualcosa di perfettamente naturale. “Ti amavo ancor prima di averti visto, mio caro Romuald, e ti cercavo dappertutto. Eri il mio sogno, e ti ho scorto nella chiesa nel momento fatale; ho detto immediatamente “È lui!” Ti gettai uno sguardo che racchiudeva tutto l’amore che avevo avuto, che avevo e che dovevo avere per te; uno sguardo da dannare un cardinale, da fare inginocchiare un re ai miei piedi davanti a tutta la sua corte. Rimanesti impassibile e preferisti il tuo Dio a me. “Ah! quanto sono gelosa di Dio, che tu hai amato e ami ancora più di me! Sfortunata, quanto sono sfortunata! non avrò mai il tuo cuore solo per me, per me che hai resuscitato con un bacio, Clarimonde la morta, che forza a causa tua le porte della tomba e che viene a consacrarti una vita che ha ripreso solo per renderti felice!” Tutte queste parole erano intervallate da carezze deliranti che stordirono i miei sensi e la mia ragione al punto tale che non temetti affatto per consolarla di proferire una raccapricciante blasfemia, e di dirle che l’amavo tanto quanto Dio. Le sue pupille si ravvivarono e brillarono come crisoprasi. “Vero! verissimo! tanto quanto Dio ! disse abbracciandomi con le sue belle braccia. Poiché è così, verrai con me, mi seguirai dove vorrò. Lascerai i tuoi brutti abiti neri. Sarai il più fiero e il più invidiato dei cavalieri, sarai il mio amante. Essere l’amante riconosciuto di Clarimonde, che ha rifiutato un papa, è bello ciò! Ah! la buona vita felice, la bella esistenza dorata che condurremo! Quando partiamo, mio gentiluomo? Domani! domani! gridai nel mio delirio. Domani sia! rispose. Avrò il tempo di cambiare toeletta, poiché questa è un po’ succinta e non va bene per il viaggio. Bisogna anche che vada ad avvertire la mia gente che mi crede seriamente morta e che si affligge a modo suo. Denaro, abiti, vetture, tutto sarà pronto; verrò a prenderti a quest’ora. Addio, caro cuore.” E sfiorò la mia fronte con le sue labbra. La lampada si spense, le cortine si richiusero, e non vidi più niente; un sonno di piombo, un sonno senza sogni cadde su di me e mi mandò in letargo fino all’indomani mattina. Mi svegliai più tardi del solito, e il ricordo di quella visione singolare mi agitò per tutta la giornata; finii per convincermi che si trattava di un puro vapore della mia immaginazione eccitata. Tuttavia le sensazioni erano state così vive che era difficile credere che non fossero reali, e fu con molta apprensione per ciò che stava per accadere che mi misi a letto, dopo avere pregato Dio di allontanare da me i cattivi pensieri e di proteggere la castità del mio sonno. Mi addormentai subito profondamente, e il mio sogno continuò. Le cortine si scostarono, e vidi Clarimonde, non come la prima volta, pallida nel suo pallido sudario e con le violette di morte sulle sue gote, ma gaia, lesta, pimpante, con un superbo abito da viaggio in velluto verde bordato di cordoncini d’oro e sollevato sul lato per lasciare intravedere una gonna di raso. I suoi capelli biondi sfuggivano in grossi ricci al di sotto di un grande cappello in feltro nero carico di piume bianche capricciosamente tornite; teneva in mano un piccolo frustino che terminava con un fischietto in oro. Mi toccò con esso leggermente e mi disse: “Ebbene! bel dormiente, è così che avete fatto i vostri preparativi? Contavo di trovarvi in piedi. Alzatevi velocemente, non abbiamo tempo da perdere.” Saltai giù dal letto. “Andiamo, vestitevi e partiamo, mi disse mostrandomi col dito un piccolo pacchetto che aveva portato; i cavalli si annoiano e mordono il loro freno alla porta. Dovremmo già essere a dieci leghe da qui.” Mi vestii in fretta, ed ella stessa mi porse i pezzi del vestiario, ridendo agli scatti della mia goffaggine, e indicandomi il loro uso quando sbagliavo. Mise in piega i miei capelli, e, quando finì, mi tese uno specchietto da borsa in cristallo di Venezia, bordato da filigrana d’argento, e mi disse: “Come ti trovi? vuoi prendermi a tuo servizio come cameriere?” Non ero più lo stesso, e non mi riconobbi. Non mi riconoscevo più di una statua compiuta a un blocco di pietra. La mia vecchia figura aveva l’aria di essere nient’altro che l’abbozzo grossolano di quella che rifletteva lo specchio. Ero bello, e la mia vanità fu sensibilmente solleticata da questa metamorfosi. Questi abiti eleganti, questa ricca veste ricamata, facevano di me un altro personaggio, e ammiravo la potenza di qualche auna di stoffa tagliata in una certa maniera. Lo spirito del mio costume mi pervase la pelle, e dopo dieci minuti ero discretamente pronto. Feci qualche giro per la camera per conferirmi spigliatezza. Clarimonde mi guardava con aria di compiacenza materna e appariva molto contenta della sua opera. “Ecco un chiaro segno d’infantilità, in strada, mio caro Romuald! andiamo lontano e non arriveremo.” Mi prese per la mano e mi trascinò. Tutte le porte si aprivano davanti a lei non appena le toccava, e passammo davanti al cane senza svegliarlo. Alla porta, trovammo Margheritone; era lo scudiero che mi aveva già condotto; teneva a briglia tre cavalli neri come i primi, uno per me, uno per lui, uno per Clarimonde. Si dava il caso che questi cavalli fossero dei ginnetti di Spagna, nati da giumente fecondate dallo zefiro; poiché andavano veloci come il vento, e la luna, che si era alzata alla nostra partenza per illuminarci, rotolava nel cielo come una ruota staccata dal suo carro; la vedevamo alla nostra destra saltare di albero in albero e sfiatarsi per correrci dietro. Arrivammo presto in una pianura dove, presso un boschetto di alberi, ci attendeva una vettura agganciata a quattro bestie vigorose; salimmo su, e i vetturali diedero vita a un galoppo insensato. Avevo un braccio dietro la vita di Clarimonde e una sua mano piegata nella mia; appoggiava la sua testa alla mia spalla e sentivo la sua gola semi-nuda sfiorarmi il braccio. Non avevo mai provato una tale felicità. In quel momento avevo dimenticato tutto, e non mi ricordavo di essere stato prete più di quello che avevo fatto nel seno di mia madre, tanto era grande il fascino che lo spirito maligno esercitava su di me. A partire da quella notte, la mia natura si è in qualche modo sdoppiata, e ci furono dentro di me due uomini che tra di loro non si conoscevano affatto. Tanto mi credevo un prete che sognava ogni sera di essere un gentiluomo, tanto un gentiluomo che sognava di essere prete. Non riuscivo più a distinguere il sogno dalla veglia, e non sapevo dove cominciasse la realtà e dove finisse l’illusione. Il giovane signore presuntuoso e libertino si canzonava del prete, il prete detestava le dissolutezze del giovane signore. Due spirali aggrovigliate l’una nell’altra e confuse senza toccarsi mai rappresentano molto bene questa vita bicefala che condussi. Malgrado la stranezza di questa posizione, non credo di avere sfiorato mai per un istante la follia. Ho sempre mantenuto chiaramente le percezioni delle mie due esistenze. Solamente, si era verificato un fatto assurdo che non riuscivo a spiegarmi : il sentimento del mio io fu presente all’interno dei due uomini così diversi. Era un’anomalia di cui non mi rendevo conto, sia che credessi di essere il curato del piccolo villaggio di ***, o _il signor Romualdo_, amante dichiarato della Clarimonde. Sempre che fossi o almeno credessi di essere a Venezia; non sono riuscito ancora a ben sbrogliare quanto ci fosse d’illusione e di reale in questa bizzarra avventura. Abitavamo in un grande palazzo di marmo sul Canaleio, pieno di affreschi e statue, con due Tiziano del tempo migliore nella camera da letto della Clarimonde, un palazzo degno di un re. Ciascuno di noi aveva la propria gondola e barcarole alla propria livrea, la propria stanza da musica e il proprio poeta. Clarimonde conduceva la vita alla grande, e aveva un po’ di Cleopatra nella sua natura. Quanto a me, conducevo un’esistenza da figlio di principe, e facevo polvere come se fossi stato della famiglia di uno dei dodici apostoli o dei quattro evangelisti della Serenissima repubblica; non avrei mai lasciato il passo al doge, e non credo che, da quando Satana cadde dal cielo, nessuno sia stato più orgoglioso e insolente di me. Andavo al Ridotto, e facevo un gioco da inferno. Vedevo la migliore società del mondo, figli di famiglia rovinati, donne di teatro, truffatori, parassiti e spadaccini. Tuttavia, malgrado la dissipatezza di questa vita, restai fedele a Clarimonde. L’amavo follemente. Riuscì a risvegliare la sazietà stessa e a fissare l’incostanza. Avere Clarimonde, era avere venti amanti, era possedere tutte le donne, tanto era mobile, mutevole e dissimile da ella stessa; un vero camaleonte! Vi faceva commettere con lei l’infedeltà che avreste commesso con altre, assumendo completamente il carattere, lo stile e il genere di bellezza della donna che sembrava piacervi. Ricambiava il mio amore al centuplo, e invano i giovani patrizi e anche i vecchi del consiglio dei Dieci le fecero le magnifiche proposte. Addirittura un Foscari le chiese di sposarlo; rifiutò. Possedeva abbastanza oro; non bramava nient’altro che l’amore, un amore giovane, puro, risvegliato da lei, e che doveva essere il primo e l’ultimo. Sarei stato perfettamente felice se non fosse stato per un maledetto incubo che si ripresentava tutte le notti, e nel quale mi credevo un curato di paese che si dilaniava e faceva penitenza degli eccessi del giorno. Rassicurato dall’abitudine di essere con lei, non pensavo quasi più al modo strano in cui avevo fatto conoscenza con Clarimonde. Tuttavia, ciò che aveva detto l’abate Sérapion mi ritornava talvolta alla mente e mi lasciava inquieto. Da qualche tempo la salute di Clarimonde non era così buona; la sua carnagione sfioriva di giorno in giorno. I medici che erano venuti non capivano la sua malattia, e non sapevano cosa fare. Prescrissero qualche rimedio insignificante e non ritornarono più. Tuttavia, impallidiva a vista d’occhio e diventava sempre più fredda. Era quasi tanto bianca e morta quanto quella famosa notte nel castello sconosciuto. Mi rammaricavo nel vederla deperire così lentamente. Ella, toccata dal mio dolore, mi sorrideva dolcemente e tristemente con il sorriso fatale della gente che sa che sta per morire. Una mattina, ero seduto al capezzale del suo letto, e facevo colazione su un tavolino per non lasciarla sola neanche un minuto. Nel tagliare un frutto, per caso mi provocai un taglio piuttosto profondo al dito. Presto il sangue fuoriuscì in fili purpurei, e qualche goccia zampillò su Clarimonde. I suoi occhi brillarono, la sua fisionomia assunse un’espressione di gioia feroce e selvaggia che non le avevo mai visto. Saltò giù dal letto con un’agilità animalesca, un’agilità da scimmia o da gatto, e si precipitò sulla mia ferità e si mise a succhiarla con un’aria di indicibile voluttà. Beveva il sangue a piccoli sorsi, lentamente e preziosamente, come un buongustaio che assapora un vino di Xérès o di Siracusa ; strizzava gli occhi a metà, e la pupilla delle sue iridi verdi era divenuta oblunga invece di essere rotonda. Ogni tanto s’interrompeva per baciarmi la mano, poi ricominciava a premere con le sue labbra le estremità della piaga per farne fuoriuscire ancora qualche goccia rossa. Quando si accorse che non vi era più sangue, sollevò l’occhio umido e brillante, più rosa di un’aurora di maggio, la figura piena, la mano tiepida e umida, infine più bella che mai e in uno stato di perfetta salute. « Non morirò ! non morirò ! disse per metà folle di gioia e chinandosi sul mio collo ; potrò amarti ancora per lungo tempo. La mia vita è nella tua e tutto quello che è mio proviene da te. Qualche goccia del tuo ricco e nobile sangue, più prezioso ed efficace di tutti gli elisir del mondo, mi ha restituito l’esistenza ». Questa scena mi preoccupò per lungo tempo e mi instillò strani dubbi nei riguardi di Clarimonde, e la sera stessa, quando il sonno mi ebbe ricondotto al mio presbiterio, vidi l’abate Sérapion più grave e preoccupato che mai. Mi guardò attentamente e mi disse : « Non contento di perdere la vostra anima, volete anche perdere il vostro corpo. Giovane uomo sfortunato, in quale trappola siete caduto ! » Il tono con cui mi rivolse queste poche parole mi colpì vivamente ; ma, malgrado la sua vivacità, questa impressione fu presto dissipata, e mille altre preoccupazioni lo cancellarono dal mio spirito. Tuttavia, una sera, vidi riflessa nel mio specchio, di cui ella aveva calcolato la perfida posizione, l’immagine di Clarimonde che versava una polvere nella coppa di vino speziato che aveva l’abitudine di preparare dopo il pasto. Presi la coppa, finsi di avvicinarvi le labbra, e la poggiai su un mobile come se avessi l’intenzione di sorbirne il contenuto più tardi a mio piacimento e, approfittando di un istante in cui la bella aveva voltato le spalle, lo gettai sotto il tavolo; dopo mi ritirai nella mia stanza e mi coricai, ben deciso a non dormire e a vedere ciò che sarebbe successo. Non attesi a lungo; Clarimonde entrò in abiti da notte e, dopo essersi liberata dei suoi veli, si distese nel letto accanto a me. Quando fu certa che dormivo, scoprì il mio braccio e tirò uno spillo d’oro dalla sua testa; poi cominciò a mormorare a bassa voce: “Una goccia, solo una piccola goccia rossa, un rubino all’estremità del mio ago!… Poiché mi ami ancora, non è necessario che io muoia… Ah! povero amore! Il tuo bel sangue di un color porpora così splendente, sto per berlo. Dormi, mio unico bene; dormi, mio dio, bambino mio; non ti farò del male, prenderò dalla tua vita solo il necessario per non far spegnere la mia. Se non ti amassi tanto, potrei decidermi ad avere altri amanti di cui prosciugherei le vene; ma da quando ti ho conosciuto, provo ribrezzo per tutti… Ah! che bel braccio! quanto è rotondo! come è bianco! Non oserei mai pungere questa graziosa vena blu.” E, mentre diceva ciò, piangeva, e sentivo le sue lacrime bagnare il mio braccio che teneva tra le sue mani. Infine si decise, mi fece una piccola puntura col suo ago e si mise a pompare il sangue che ne scorreva. Nonostante ne avesse bevuto a malapena qualche goccia, poiché fu colta dalla paura di sfinirmi, mi circondò con cura il braccio con una piccola benda dopo avere strofinato la ferita con un unguento che la cicatrizzò immediatamente. Non potevo più avere dubbi, l’abate Sérapion aveva ragione. Tuttavia, malgrado questa certezza, non potevo impedirmi di amare Clarimonde, e le avrei donato volentieri tutto il sangue di cui aveva bisogno per sostenere la sua fittizia esistenza. D’altronde, non avevo paura; la donna corrispondeva al vampiro, e ciò che avevo visto e sentito mi rassicurava completamente; avevo allora vene copiose che non si sarebbero esaurite così presto, e non mercanteggiavo la mia vita goccia a goccia. Io stesso mi sarei aperto il braccio e le avrei detto: “Bevi! e che il mio amore s’infiltri nel tuo corpo con il mio sangue.” Evitavo di fare la minima allusione al narcotico che mi aveva versato e alla scena dell’ago, e vivevamo nel più perfetto accordo. Talvolta i miei scrupoli di prete mi tormentavano più che mai, e non sapevo quale macerazione nuova inventare per domare e mortificare la mia carne. Sebbene tutte queste visioni fossero involontarie e nonostante non vi partecipassi in niente, non osavo toccare il Cristo con mani così impure e uno spirito insozzato da simili dissolutezze reali o sognate. Per evitare di cadere in queste estenuanti allucinazioni, cercavo di impedirmi di dormire, tenevo le palpebre aperte con le dita e restavo in posizione eretta contro i muri, lottando con tutte le forze contro il sonno; ma la sabbia dell’assopimento mi si introduceva presto negli occhi e, vedendo che ogni lotta era inutile, facevo cadere le braccia per lo scoraggiamento e la stanchezza, e la corrente mi ritrascinava verso le rive perfide. Sérapion mi faceva le più veementi esortazioni, e mi rimproverava duramente la mia mollezza e il mio poco fervore. Un giorno in cui ero stato più agitato del solito, mi disse: “Per liberarvi da questa ossessione, vi è solo un modo, e, sebbene sia estremo, bisogna utilizzarlo: a mali estremi, estremi rimedi. So dove Clarimonde è stata sotterrata; è necessario che la riesumiamo e che vediate in quale stato pietoso si trova l’oggetto del vostro amore; non sarete più tentato di perdere la vostra anima per un cadavere immondo divorato dai vermi e pronto a ridursi in polvere; ciò vi farà sicuramente rientrare in voi.” Quanto a me, ero talmente stanco di questa doppia vita che accettai: volendo sapere, una volta per tutte, chi del prete o del gentiluomo era vittima di un’illusione, ero deciso a uccidere a vantaggio dell’uno o dell’altro uno dei due uomini che erano in me o a ucciderli entrambi, poiché una tale vita non poteva durare. L’abate Sérapion si munì di una zappa, di una leva e di una lanterna, e a mezzanotte ci dirigemmo verso il cimitero di ***, di cui egli conosceva perfettamente la collocazione e la disposizione. Dopo avere portato la luce della lanterna sorda sulle iscrizioni di parecchie tombe, arrivammo alla fine a una pietra semi-nascosta dalle grandi erbe e divorata da muschi e piante parassitarie, in cui deciframmo questo principio d’iscrizione: _Qui giace Clarimonde Che fu in vita La più bella del mondo._ “È proprio qui,” disse Sérapion e, poggiando a terra la lanterna, infilò la pinza nell’interstizio della pietra e cominciò a sollevarla. La pietra cedette, ed egli si mise al lavoro con la zappa. Riguardo a me, io lo guardavo fare, più nero e silenzioso della notte stessa; quanto a lui, curvo sulla sua opera funebre, egli grondava di sudore, ansimava, e il suo respiro frettoloso somigliava al rantolo di un agonizzante. Era uno spettacolo strano, e chi ci avesse visto dall’esterno ci avrebbe preso per profanatori e ladri di sudari piuttosto che per preti di Dio. Lo zelo di Sérapion aveva un qualcosa di duro e selvaggio che lo faceva somigliare a un demone piuttosto che a un apostolo o un angelo, e la sua figura dai grandi tratti austeri e profondamente frastagliati dal riflesso della lanterna non aveva niente di rassicurante. Sentivo un sudore glaciale imperlare le mie membra, e i capelli mi si rizzarono dolorosamente sulla testa; dentro di me consideravo l’azione del severo Sérapion come un abominevole sacrilegio, e avrei voluto che dal fianco delle cupe nuvole che rotolavano pesantemente sopra di noi uscisse un triangolo di fuoco che lo riducesse in polvere. I gufi appollaiati sui cipressi, disturbati dal chiarore della lanterna, venivano a sbattere pesantemente contro il vetro con le loro ali polverose, gettando gemiti lamentosi; le volpi guaivano in lontananza, e i mille rumori sinistri si sprigionavano nel silenzio. Alla fine, la zappa di Sérapion urtò la bara le cui assi risuonarono con un rumore sordo e sonoro, con quel terribile rumore che provoca il niente quando ci si avvicina; ne sollevò il coperchio, e scorsi Clarimonde pallida come un marmo, le mani giunte; il suo bianco sudario faceva una sola piega dalla testa ai piedi. Una piccola goccia rossa brillava come una rosa all’angolo della sua bocca scolorita. Sérapion, a quella vista, s’infuriò: “Ah! eccoti, demone, cortigiana impudica, bevitrice di sangue e d’oro!” e asperse con acqua benedetta il corpo e la bara sulla quale tracciò il segno di una croce con il suo aspersorio. Non appena la povera Clarimonde fu toccata dalla santa rugiada, il suo bel corpo si decompose; non divenne nient’altro che un miscuglio orribilmente informe di cenere e di ossa semi-carbonizzate. “Ecco la vostra amante, signor Romuald, disse l’inesorabile prete indicandomi quelle tristi spoglie, sarete ancora tentato di andare a passeggiare al Lido e a Fusine con la vostra bellezza?” Chinai il capo; una grande rovina si era appena creata dentro di me. Ritornai al mio presbiterio, e il signor Romuald, amante di Clarimonde, si separò dal povero prete, al quale aveva tenuto per molto tempo una così strana compagnia. Solamente, la notte seguente, vidi Clarimonde; mi disse, come la prima volta sotto il portale della chiesa: “Sciagurato! sciagurato! cos’hai fatto? Perché hai dato ascolto a quel prete imbecille? non eri felice? e cosa ti avevo fatto da condurti a violare la mia povera tomba e mettere a nudo le miserie del mio niente? Ogni comunicazione tra le nostre anime e i nostri corpi è ormai interrotta. Addio, mi rimpiangerai.” Si dissolse nell’aria come un fumo, e non la rividi più. Ahimé! ha detto il vero: l’ho rimpianta più di una volta e la rimpiango ancora. La pace della mia anima è stata acquistata molto caramente; l’amore di Dio non era sufficiente a per rimpiazzare il suo. Ecco, fratello, la storia della mia gioventù. Non guardate mai una donna, e camminate sempre con gli occhi fissi a terra, perché, per quanto casto e calmo siate, è sufficiente un minuto per farvi perdere l’eternità.